L’occasione, il suo ultimo libro: “Taranto da Leone a Lorusso”

“Taranto da Leone a Lorusso – ovvero la grande industrializzazione (1957-1970)”, Ed. Scorpione, è l’ultimo libro di Pinuccio Stea. Come accaduto altre volte, la presentazione di un suo nuovo libro, è fra noi occasione non solo di parlare del suo contenuto, ma anche per fare un pò il punto della situazione politica locale, non disdegnando accenni a quella nazionale. Parlando dell’ILVA, il pensiero corre subito al referendum di Taranto Futura. “Non capisco cosa possa significare “riconvertire l’ILVA”: riconvertirla a che cosa? sbottona. Come si fa a riconvertire uno stabilimento siderurgico? Abolire l’aria a caldo, poi, significa esporre il nostro Paese al condizionamento, che si trasformerebbe in possibile ricatto in fasi delicate dell’economia mondiale, dei Paesi produttori di bramme che potrebbero o non fornircene o fornircene a prezzi tali che, dopo la laminazione, i nostri prodotti finiti sarebbero fuori mercato.

Ecco perché continuo ad essere convinto che l’obiettivo di rendere ecocompatibile l’ILVA, e con essa anche le altre industrie presenti nell’area industriale, sia quello che bisogna continuare a perseguire con forza e chiarezza di intenti; d’altronde, su questa linea, sono stati già conseguiti importanti risultati. In questo modo si può rafforzare, tra le altre cose, una capacità reale di governo del territorio da parte delle classi dirigenti non solo tarantine, ma anche regionali e nazionali, perché non dimentichiamo che la “questione siderurgia” è questione nazionale, in quanto ad essa è legata gran parte della realtà industriale del Paese (auto, elettrodomestici, ecc.). Ed in questa questione nazionale, Taranto è al centro, perché oggi, dopo la chiusura di Bagnoli e Cornigliano, parlare di siderurgia significa praticamente parlare di Taranto. Uno dei limiti del referendum ipotizzato da Taranto Futura, è proprio quello di inquadrare una grande questione strategica a livello nazionale, in un’ottica prevalentemente municipalistica”.

Dott. Stea, a proposito dell’ILVA, uno dei massimi esponenti provinciali della Democrazia Cristiana dell’epoca, in un comizio tenuto a Palagiano, disse: “Quaranta ex cafoni, ora lavorano nell’industria!”.

In maniera rozza, esprimeva una grande verità: quella di una vorticosa trasformazione in atto nell’intera provincia di Taranto; in seguito, ricordi di certo, verrà coniato il termine metalmezzadro, per indicare quei lavoratori provenienti dalle campagne che, pur essendo diventati operai metalmeccanici, continuavano a coltivare la terra.

Oltre al contenuto storiografico, quale messaggio di fondo esprime il suo libro.

Mettere in rilievo come Taranto, in quegli anni, abbia avuto la grande opportunità di proiettarsi in una dimensione nazionale ed internazionale, e di come abbia, per responsabilità di pezzi significativi delle proprie classi dirigenti, non colto pienamente quell’opportunità. Di rimando quindi l’invito, alle classi dirigenti di oggi, a non ripetere quell’errore, sostanzialmente frutto di un municipalismo senza prospettive.

Quali difficoltà ha incontrato nello scrivere il libro.

Mettere insieme alcune notizie e alcuni fatti che talvolta non si presentavano chiari nel loro sviluppo. Insieme alla difficoltà nel reperimento delle fotografie, soprattutto di quelle riguardanti i partiti di Sinistra, nei quali continuava ad esserci una certa ritrosia a documentare fotograficamente le proprie iniziative, retaggio degli anni della dura clandestinità.

Angelo Monfredi e Mario Mazzarino, due pezzi da novanta della DC, che hanno segnato quegli anni: ce ne vuole tracciare il profilo?

Esprimevano due orientamenti presenti all’interno della DC dell’epoca. Monfredi era l’espressione più forte della destra democristiana; eletto Sindaco coi voti del MSI e dei Monarchici, legato fortemente a settori della rendita, portatore di una visione sostanzialmente municipalistica dello sviluppo. Mazzarino si pose come il mediatore tra l’area rappresentata da Monfredi e quella “di sinistra” legata alla CISL ed a settori cattolici progressisti; egli aveva un’idea dello sviluppo che andava al di là del territorio compreso “tra Porta Napoli e Porta Lecce”, ed in questa direzione si mosse con forza e decisione. Lo scontro tra queste due visioni dello sviluppo jonico, è praticamente lo scontro vero all’interno delle classi dirigenti della città e della provincia di Taranto in quegli anni.

Nino D’Ippolito e Antonio Romeo, del PCI. Cosa ci racconta di loro?

La figura che si staglia su tutti nel PCI di quegli anni è sicuramente quella di Nino D’Ippolito. Chiamato a dirigere la federazione tarantina, dopo vicende molto “contorte” della prima metà degli anni ‘50, ebbe l’onere di dover avviare un processo di grande rinnovamento, anche e soprattutto nel gruppo dirigente. In questo guardando anche a settori diversi da quelli tradizionali. Un dirigente fortemente stimato, anche per le sue capacità intellettuali, oltrechè per la sua limpida condotta morale. L’altro dirigente di grande spessore era Antonio Romeo, anch’egli chiamato a risolvere qualche problema nella CGIL, di cui era diventato segretario provinciale. Un dirigente dalle caratteristiche diverse da quelle di D’Ippolito, anche per la diversa estrazione sociale e geografica (D’Ippolito tarantino, d’estrazione universitaria, Romeo castellanetano, d’estrazione bracciantile), ma egualmente in grado di avere grande sensibilità rispetto ai bisogni dei ceti popolari, e di “avere sempre il piede sulla palla” come amava dire.

Quanto incise nell’economia locale, la nascita dell’Italsider?

In maniera determinante: l’insediamento del centro siderurgico è una svolta epocale nella storia della nostra provincia.

Fu un errore la nascita della grande industria, o un processo inevitabile?

Taranto, negli anni dell’immediato dopoguerra, viveva una situazione terribile dal punta di vista economico, e soprattutto occupazionale. L’Arsenale, i cantieri navali, erano in crisi, e l’agricoltura non offriva grandi prospettive. La nascita della grande industria non lo ritengo un errore; certo nemmeno una scelta inevitabile: fu considerata una grande opportunità, e come tale perseguita. Se di errori si deve parlare, essi risiedono nell’aver determinato una visione dello sviluppo “monoculturale” dell’acciaio, facendo scomparire anche tradizionali settori come la mitilicoltura, nel non aver determinato la nascita di un forte indotto attorno al siderurgico. Quest’ultima questione, a mio parere, attiene anche a responsabilità di settori significativi della borghesia imprenditiva tarantina, scarsamente portati a prendere in considerazione “il rischio di impresa” come fattore primario di un’attività imprenditoriale. E poi l’ubicazione del siderurgico alle porte della città: anche qui ci troviamo di fronte al risultato di uno “scontro” tra interessi diversi; infatti la commissione dell’IRI aveva ipotizzato la costruzione dello stabilimento vicino al Tara, cioè a quasi dieci chilometri di distanza dal centro abitato.

Ipotizziamo che l’Italsider non fosse mai nata, quale sviluppo avrebbe visto per il nostro territorio?

E’ una bella esercitazione teorica. Guardando staticamente a quella che era la realtà di quegli anni, le direttrici di uno sviluppo alternativo sono facilmente individuabili: l’agricoltura in primo luogo. Un’agricoltura che andava trasformandosi a livelli di eccellenza, soprattutto nelle zone interessate dalla riforma. Quindi turismo: balneare, con due meravigliosi litorali sul versante occidentale ed orientale, collinare (Mottola e Valle d’Itria), culturale/archeologico (Museo, siti archeologici a Taranto, Manduria, Leporano ed altri comuni). Attività legate al mare, poi: pesca, mitilicoltura (le ostriche tarantine erano famose in tutto il mondo). Infine, continuità dell’Arsenale militare e, possibilmente, anche dei Cantieri navali.

Prima della nascita dell’Italsider, qual’era il settore economico trainante?

Nella città di Taranto, sicuramente quello legato all’Arsenale ed ai Cantieri navali. Nelle famiglie di quegli anni, dare in sposa una propria figliola ad un arsenalotto, veniva considerata una fortuna.

4° Centro siderurgico, Shell, Cementir: quale delle tre aziende ha più segnato il territorio?

Senza ombra di dubbio il centro siderurgico, per tanti evidenti motivi: numero degli occupati, estensione dello stabilimento, ricadute sull’ambiente. Shell e Cementir hanno indubbiamente un loro impatto, ma sicuramente minore.

Il suo libro ha una sua memoria e uno spazio autonomo, oppure va letto nell’insieme degli altri che ha dedicato a Taranto?

Tutte e due le cose insieme. Ciascun libro ha una sua compiutezza temporale, ma il mio obiettivo è quello di fornire, a conclusione del mio lavoro, una visione complessiva della storia politico/amministrativa di Taranto nel secondo dopoguerra.

Quali furono le posizioni dei Partiti, dei sindacati, della Chiesa e della società civile, di fronte alla nascita del nuovo grande stabilimento siderurgico, destinato a cambiare per sempre, nel bene e nel male, la storia della città?

Sulla scelta di insediare il IV centro siderurgico a Taranto, ci fu una grande unità di intenti tra tutti i soggetti che hai indicato, e ciascuno si mosse nel proprio ambito, per raggiungere l’obiettivo.

Pizzigallo scrive che “all’epoca, non mancò qualche voce, purtroppo rimasta inascoltata, che metteva in guardia Taranto sui pericoli sotto diversi profili, da quello urbanistico a quello culturale, di una modernizzazione affrettata, che la grande industrializzazione inevitabilmente avrebbe innescato, mettendo in movimento uomini e cose”.

E sono d’accordo con Matteo, che quelle voci erano assolutamente marginali e, quindi, alla fine inascoltate.

Il 1960, dalla Lombardia alla Sicilia, l’Italia fu attraversata da manifestazioni contro il Governo Tambroni, che chiese l’appoggio esterno del MSI, dal momento che il PSI non era ancora disponibile, cosa che avvenne nel 1963 con il primo Governo di centro sinistra, a guida Moro. Come visse la città di Taranto quei momenti?

Anche a Taranto ci furono proteste contro la costituzione del governo Tambroni. La nascita del centro-sinistra fu abbastanza tormentata: Leone e Monfredi erano stati eletti con i voti del MSI e dei Monarchici; ci fu bisogno di una fase di “transizione”, rappresentata dal Sindaco Spallitta, indipendente eletto nella DC, per superare i forti ostacoli frapposti dalla destra democristiana e dai settori economici cittadini, che ad essa facevano riferimento.

Cosa ricorda lo studente Stea, delle lotte studentesche del 1968?

La voglia e l’ansia di essere protagonista di una stagione di rinnovamento della società italiana e mondiale. Nella mia stanza avevo un poster con la foto di Ho Chi Min, su cui campeggiava la frase, che amo tanto ancora oggi, “Urlino tutte le ingiustizie del mondo”. E poi le grandi discussioni sulle prospettive dell’Università, dell’Italia, del mondo durante le occupazioni della Facoltà di Filosofia nel corso delle quali ebbi modo di stringere solidi rapporti di amicizia con Beppe Vacca, giovane docente universitario, Franco Cassano, giovanissimo assistente universitario, Mario Spagnoletti, mio coetaneo e brillante studente, e tanti altri. Penso che quella stagione abbia segnato profondamente la nostra generazione, e la storia in generale.

Nel suo libro parla di difficoltà persistenti nel PCI ad imboccare la strada di una politica delle alleanze più ampia, che puntasse ad un ampliamento del consenso, sia pur rilevante, al di là di quello delle classi lavoratrici. Aggiungo: cosa che alla DC riuscì molto bene, almeno in termini elettorali. Ritiene che il PD abbia superato questa fase?

Permettimi di dire che passare dalla politica delle alleanze del PCI negli anni 50’/’60 al PD, è un salto abbastanza spericolato, come se il PD fosse la risposta a quel problema antico. La nascita del PD, su cui i DS si sono divisi, è stata un’opzione politica/organizzativa per affrontare la realtà odierna; è un qualcosa di completamente nuovo, non la risultante di una naturale trasformazione o evoluzione del PCI. Quindi i problemi sono diversi ed anche complessi, come le vicende del PD, a livello locale e nazionale, dimostrano.

Da alcune parti si tenta di rivalutare la figura di Craxi. Crede che analoga operazione andrebbe fatta anche per Pietro Nenni che, nell’area PCI degli anni ’60, era visto come un “traditore”?

Penso che Nenni non abbia alcun bisogno di essere rivalutato: nessuno ha mai messo in dubbio le sue capacità di grande dirigente della Sinistra italiana, e soprattutto il suo grande rigore morale. Nenni apparteneva a quella generazione di dirigenti della Sinistra, al pari di Pertini, Lombardi, Gramsci, Togliatti e tanti altri, che anteposero, in tutta la loro vita, l’interesse delle masse popolari e della Nazione a quelli personali e familiari. All’inizio degli anni ’60 ci fu a sinistra una divisione politica sull’esperienza nascente del centro-sinistra. Nel PCI ci fu un dibattito vero su come rapportarsi, nelle nuove condizioni date, con il PSI; e nel suo gruppo dirigente c’erano posizioni anche diverse, tra le quali anche quelle che utilizzavano termini come “traditore” nei confronti di Nenni e del PSI più in generale. Consideravo già in quegli anni una sciocchezza queste posizioni, e non ho cambiato idea nemmeno quando sono diventato dirigente provinciale del PCI.

Come vede il dualismo Florido/Vico – Pelillo/Mazzarano, e la storia infinita di un Congresso che sembra ripercorrere lo smarrimento dell’indeciso protagonista di una canzone di Jannacci, che sussurrava “io parto, ma dove vado se parto, sempre ammesso che parto”.

Premetto che non ho tutti gli elementi di conoscenza per fornire una valutazione sufficientemente argomentata. Quello che mi sembra più evidente è che queste difficoltà e “differenziazioni” nascano dal processo non chiaro, nei contenuti e negli obiettivi, di costituzione del Partito Democratico; difficoltà che, a livello territoriale, si amplificano ulteriormente. La sortita di Latorre, di qualche giorno fa, penso che avvalori questo mio parere.

Il Partito Democratico e le primarie, che ancora non ha imparato a gestire, spacciandole per alta forma di democrazia e di partecipazione. A mio parere, sono invece esattamente il contrario, un insulto e un attacco all’autonomia dei Partiti, riproponendo il mai messo in soffitta centralismo democratico. Chi sono gli attori delle primarie? Basterebbe rispondere a questa domanda, per inficiarle. Berlusconi e la Lega non le adottano, e vincono, il PD le pubblicizza e le sbandiera, e perde. Come diceva Giancarlo Pajetta, “le elezioni si fanno per vincerle”.

Se nell’individuazione dei candidati, dei singoli partiti o dell’intera coalizione, non sorgono problemi, le primarie non sono necessarie; se invece emergono opzioni diverse, le primarie sono la soluzione migliore per sciogliere i nodi, più che gli accordi a tavolino tra i maggiorenti. L’esperienza di questi anni ci dice che le primarie mettono in moto energie, determinano entusiasmo e partecipazione, soprattutto quando c’è uno sforzo per far emergere le differenze programmatiche tra i diversi candidati; e non è vero che portano fatalmente alla sconfitta. In Puglia è abbastanza semplice dimostrarlo: per individuare il candidato Presidente della Regione sono state organizzate le primarie, sia nel 2005 che nel 2010; in ambedue le occasioni ha vinto Vendola, ed in ambedue le occasioni il centro-sinistra ha vinto.

Mi riferivo al PD, non al centro sinistra, e comunque, una rondine non fa primavera. La conferma nelle scorse politiche, e nei sondaggi.

Il problema del PD non è nelle primarie, ma nella sua indefinitezza programmatica; è questo che non lo fa crescere anche nei sondaggi. Quello che dicevamo noi della Sinistra DS, prima della nascita del PD, non era dettato da chiusure “ideologiche” o da visioni “arcaiche” (come mi rimprovera qualche compagno palagianese del PD, quando m’incontra davanti alla tabaccheria di mio cugino), ma dalla consapevolezza che il percorso indicato dalla maggioranza sarebbe stato non rispondente alle esigenze del Paese. Le primarie non sono certo la soluzione a questo problema, ma possono almeno rimettere in moto un processo partecipativo che scrosti un po’ di ruggine, e rimetta in moto la macchina, magari verso approdi di cui si comincia a discutere in questi giorni, e di cui cominciò a parlare qualche mese fa Fabio Mussi.

Prima dell’intervista, davo per scontato che fosse iscritto a qualcuno dei Partiti che compongono la composita galassia della Sinistra italiana, ma ho appreso invece, dopo averglielo chiesto, che è iscritto a SPI/CGIL, Arci, Slow Food, Touring Club, Libera, Cooperativa Ortaj. E basta. Parbleu, questa sì che è una notizia!

Una notizia poi … Sono in tanti, tra le elettrici e gli elettori di Sinistra, a non avere una tessera di partito in tasca. Uno in più, uno in meno … a chi vuoi che interessi? Anche se non ti nascondo che avverto mancarmi qualcosa: ho preso la mia prima tessera (Associazione dei Falchi Rossi Italiani del Partito Socialista Italiano), nel 1954. Avevo 6 anni. La custodisco gelosamente, avendola ritrovata in un comodino dopo la morte di mia madre, che l’aveva conservata per tanti anni.

Il libro termina il 1970, e per un periodo che vede un processo industriale di notevole portata, sembra di annusare l’arrosto, senza assaggiarlo. La legge 300 del 1970, meglio conosciuta come lo Statuto dei Lavoratori, pose infatti il confine tra due diversi modi di intendere la legislazione del lavoro, ma di questo nel suo libro non c’è traccia. Una dimenticanza, o un arrivederci alla prossima?

Un arrivederci alla prossima: l’ultimo pezzo del mio percorso riguarderà gli anni dalla fine del 1970 al 1982; gli anni cioè della crescita vertiginosa del peso politico della classe operaia tarantina, della Vertenza Taranto. Una storia che, sicuramente, fu agevolata dalla nascita dello Statuto dei Lavoratori, e dalla sua applicazione concreta nei posti di lavoro, ed in particolare nelle fabbriche.

Alla prossima, quindi.

Giuseppe Favale