Sospendete l’incredulita’ …

Monologo a piu’voci sulla Storia del Jazz Regia e testo di Marcello Galati

Con Giancarlo Luce e Enzo Lanzo

Produzione Teatro Le Forche

«Che divertimento garbato, per i giovani, non è vero, Mr. Darcy? Non c’è niente di paragonabile al ballo. Lo considero come una delle forme di svago più raffinate della società elegante».
«Senza dubbio, e ha, fra l’altro, il vantaggio di essere in voga anche tra le società meno raffinate del mondo. Qualunque selvaggio sa ballare».
(Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio, trad. it. 1945)

Jazz. Possiamo pronunciarlo “jézz”, all’americana, oppure “jaazz”, all’inglese; possiamo intenderlo come un ordine impartito, “[tu] jézz!”, o come un invito sensuale, “jaazz [ti va]?”, ma sarebbe destinato a restare qualcosa di indistinto, se non per quanti, come bravi “iniziati”, fossero già al corrente del particolare significato attribuito alla forma scelta.

Ma il jazz ha un significato?

Inteso come forma musicale forse sì, nonostante la sua caratteristica sia proprio, paradossalmente, il non avere “forma”.

Il jazz è “selvaggio”, magari un buon selvaggio ma selvaggio. Nel senso che non si lascia incasellare in nessuna delle forme musicali tipiche della cultura convenzionale e occidentale. Cultura che pure, nel Novecento, era riuscita a dare una “forma” perfino alla dodecafonia, la forma musicale priva di forma (tonale) per antonomasia!

Però, mentre per la dodecafonia si era potuto far ricorso alla storia dalla quale promanava, considerandola una sorta di sintesi finale di quella, il jazz al contrario non aveva una propria storia famigliare da far valere. Viveva cioè la tipica condizione di quei giovinastri ai quali la società non perdona nulla, al contrario di quanto è disposta a perdonare ai giovinastri, sì, ma “di buona famiglia”.

Occorreva dunque trovare una “storia” al jazz, secondo un’intuizione anche di Max Roach, il quale aveva pensato di ricavarne una identificando il jazz con la “razza” che lo aveva espresso, la nera. Anzi, la “razza negra” come orgogliosamente si autodefiniva in quegli anni la parte più avvertita, culturalmente parlando, della popolazione nordamericana e africana di colore.

Ma se parliamo di “razza”, e pure “negra” oltretutto, il pensiero corre verso una storia fatta di privazione, della libertà personale innanzitutto, e sudditanza cui poter contrapporre, esclusivamente e per lungo tempo, troppo tempo, proprio la rivendicazione della propria diversità. Diversità non più razziale, come avrebbero preteso le inesistenti leggi della genetica al riguardo, ma culturale e soprattutto sociale e, di rimando, ancora culturale ma di una cultura nuova e diversa da quella delle origini africane.

I neri americani avevano, loro malgrado, dovuto assimilare le istituzioni di origine europea. Anche quando, per ragioni di dominio soprattutto psicologico, dai bianchi venivano considerati razzialmente inadatti a farle proprie in maniera del tutto consapevole.

La risposta dei neri, sorprendentemente, era stata di piena e apparentemente paradossale adesione a questa visione di loro stessi. E la risposta era venuta proprio attraverso l’elaborazione di un linguaggio musicale, caricaturale della musica bianca, attraverso il quale il nero ribadiva la propria diversità finanche morale!

Ecco allora che il cerchio si chiude: il jazz, la propria forma la scopre nella storia comune di tutti i suoi adepti; inventori, esecutori o semplici cultori che si considerassero. E se la forma consiste nella propria storia, la sua particolare storia, ecco darsi un vero e proprio miracolo: si considera nero, a sua insaputa e con disappunto, Jelly Roll Morton, il creolo che ci teneva a dirsi bianco; e altrettanto faranno Nick La Rocca, il figlio di due emigranti siciliani, e perfino Leon Bismark “Bix” Beiderbecke, tedesco al punto da incorporare nel proprio nome il patronimico del più celebre fra i cancellieri teutonici.

Chiuso il cerchio occorreva concretizzare l’intuizione di Roach, lasciata purtroppo incompiuta.

Giunge perciò gradita quanto altre mai l’idea di Marcello Galati, che ha curato anche la regia, di portare in scena una voce narrante, quella di Giancarlo Luce, accompagnata dalla batteria di Enzo Lanzo. E il risultato è stato di quelli sorprendenti!

Infinite storie individuali, anche sconosciute e non narrate, si fondono per dare vita a una storia unica e comune a tutta l’umanità sofferente. Perché anche la nostra storia, non importa se siamo da una parte o dall’altra, è “nera, troppo nera” proprio come il Jazz!

Mimmo Forleo