/

Un percorso in parallelo
tra la parola ‘abito’ intesa come sostantivo: indumento, tessuto che
ci cuciamo addosso e la parola ‘abito’ intesa come verbo: prima
persona singolare del verbo abitare.
Così le figure di tre donne che indossano tre abiti differenti si
intersecano attorno al loro abitare lo stesso luogo: Taranto, “che
brilla sui due mari come un gigantesco diamante in frantumi” (Pier
Paolo Pasolini). E non una parte di Taranto qualsiasi, bensì la
Città vecchia, il borgo antico… un’isola: un fazzoletto di terraferma
circondato da due mari, Mar Piccolo e Mar Grande.
Uno spettacolo, dunque, che nasce da un desiderio: abitare.
Dapprima il nostro corpo, poi il nostro indumento, poi ancora lo
spazio pubblico: i luoghi.
Dopo alcuni mesi di lavoro attorno al progetto, l’incontro con
Walter Pulpito, tarantino purosangue, nato e cresciuto in città
vecchia, “operaio per sopravvivere e musicista per vivere”, come
lui stesso si definisce. Allora le parole di Erika si sono modulate
sulle note della chitarra classica di Walter, si sono incrociate con le
melodie, gli arrangiamenti, le canzoni in dialetto tarantino che
Walter scrive e canta.
Lei mette le parole, lui la musica… il risultato? Tre storie con un
comune denominatore: il mare. E l’amore.

Corso Lenne – Palagiano – Centro Parrocchiale M.SS Annunziata (Campo Pavone) – ore 21:00

Posto Unico – Ingresso € 8
INFO : 349/5053306

ABITO – Territori di tessuto
“Tre abiti: uno per il rimorso, uno per la pazienza, uno per il
coraggio.
Un mondo di individui al tempo stesso residenti e nomadi: partire,
restare, tornare.
E tu, dove abiti?
Abito. Stretto, lungo, fiorato; cotone, seta, pelle.
Abitudini… Territori di tessuto.
Abito un corpo che abita un luogo: Taranto.”
_ _ _
Erika Grillo è un’attrice della provincia di Taranto (Massafra, per la
precisione) che porta avanti da alcuni mesi un progetto teatrale sul
modo di abitare i luoghi e gli spazi pubblici della città di Taranto, al
centro delle recenti questioni legate al dilemma salute-lavoro… ma
non solo.
“Abito – Territori di tessuto” nasce come un percorso in parallelo
tra la parola ‘abito’ intesa come sostantivo: indumento, tessuto che
ci cuciamo addosso e la parola ‘abito’ intesa come verbo: prima
persona singolare del verbo abitare.
Così le figure di tre donne che indossano tre abiti differenti si
intersecano attorno al loro abitare lo stesso luogo: Taranto, “che
brilla sui due mari come un gigantesco diamante in frantumi” (Pier
Paolo Pasolini). E non una parte di Taranto qualsiasi, bensì la
Città vecchia, il borgo antico… un’isola: un fazzoletto di terraferma
circondato da due mari, Mar Piccolo e Mar Grande.
Uno spettacolo, dunque, che nasce da un desiderio: abitare.
Dapprima il nostro corpo, poi il nostro indumento, poi ancora lo
spazio pubblico: i luoghi.
Dopo alcuni mesi di lavoro attorno al progetto, l’incontro con
Walter Pulpito, tarantino purosangue, nato e cresciuto in città
vecchia, “operaio per sopravvivere e musicista per vivere”, come
lui stesso si definisce. Allora le parole di Erika si sono modulate
sulle note della chitarra classica di Walter, si sono incrociate con le
melodie, gli arrangiamenti, le canzoni in dialetto tarantino che
Walter scrive e canta.
Lei mette le parole, lui la musica… il risultato? Tre storie con un
comune denominatore: il mare. E l’amore.
“Partendo da principio, è necessario sottolineare il perché la
battaglia per un luogo oggi significhi una battaglia globale.
Le tante iniziative nate in questi anni nella città di Taranto come
anche in altri borghi d’Italia – praticamente dappertutto – sono
legate insieme, come se fossero nate tutte da una stessa mente.
C’è chi si occupa di ripensare il ruolo dei centri storici, ci sono
‘guerrieri’ nelle strade che piantano alberi, altri che costruiscono
luoghi di incontro sotto i cavalcavia, chi ricostruisce modelli
socioeconomici aggrappandosi alla storia, chi semplicemente
propone il ritorno alla terra o ad altre forme di autosostentamento.
Il mondo ha sempre avuto il bisogno di fermarsi a respirare, di
partire e poi di tornare. Come il medioevo è arrivato dopo la
tumultuosa epoca greca e romana, dovevamo aspettarci una cosa
del genere dopo la lunga ed estenuante corsa dal rinascimento,
alla rivoluzione industriale, fino ad oggi. Solo che oggi, per la prima
volta nella storia, siamo partecipi di quello che succede altrove,
senza filtri, in tutto e per tutto, a volte anche contro la nostra
volontà; siamo nell’era globale. E non ce la facciamo a rimanere
indifferenti. Questo elemento da solo nell’utopistica visione della
“civiltà dell’empatia” (J. Rifkin) spazzerà via tutte le logiche
politiche mai costruite e tutte le forme di controllo che hanno posto
alla società. Ecco perché è importante il luogo. Uno qualsiasi.
Quello che ognuno di noi vive quotidianamente. Non è più il
momento di “far la lotta contro” qualcuno o qualcosa, che sia il
governo, la guerra, l’inquinamento.
E’ il momento di abitare; di prendersi cura, piuttosto che curare. Se
ti occupi di quel luogo, senza che tu lo dica, lo stai già facendo. E
non importa se siamo sempre più propensi a partire, a fuggire, a
cercare luoghi ‘altri’… perché essere in viaggio vuol dire sempre e
comunque lasciare tracce, dunque edificare luoghi.” – Erika Grillo