Esiste un diritto ad ignorare lo Stato? di mimmo forleo.
In una recente polemica, quella riguardante la doppia indennità votata dal Consiglio provinciale, Mario ha contribuito alla discussione attraverso alcuni commenti. Un commento in particolare ha attirato la mia attenzione di persona sensibile ad alcuni temi: quelli della libertà individuale e della compressione che subiscono da parte dei poteri istituzionali.
Ad introdurre nella discussione la questione di questi poteri è stato proprio Mario, che si è espresso così: “Lo stato è composto da ognuno di noi… uno per uno. E’ da qui che bisognerebbe… ripartire.”
Ora, il punto è proprio questo: possiamo dirci certi di essere, “uno per uno”, lo Stato?
A tal proposito nutro forti dubbi che voglio condividere con i lettori Palagiano.net; forse, da tale condivisione, potrebbe venirmene qualche risposta capace di far svanire i miei dubbi o, all’opposto, rafforzarli.
Ritengo che alla base di un’affermazione come quella di Mario vi sia un equivoco di fondo, tale equivoco è generato dalla confusione che si stabilisce di solito tra Governo e Stato.
Il Governo è qualcosa che scegliamo attraverso una libera competizione elettorale che ci rende, attraverso l’esercizio del voto, contraenti di un patto che impegna ogni contraente a rispettare le decisioni assunte a maggioranza.
Ma riguardo allo Stato è possibile sostenere qualcosa di simile?
Che io sappia non è mai stata offerta a nessuno la possibilità di esprimersi a proposito di un suo eventuale ingresso in una compagine statale; in parole più semplici, non ho mai assistito ad una scena di questo tipo: qualcuno che si presenta a casa di un altro e che gli dica: “Stiamo mettendo su uno Stato, vuoi farne parte? Questa è la carta costituzionale che avremmo immaginato, sei libero di accettarla così com’è, oppure di proporre modifiche che valuteremo assieme… Ripasso tra alcuni giorni per raccogliere il tuo parere.”
Non potendo nessuno sostenere che il suo ingresso in uno Stato sia avvenuto in questi termini, ovviamente viene a cadere l’affermazione “Lo stato è composto da ognuno di noi…”.
E, aggiungo, anche lo stesso Governo viene a trovarsi in una condizione di equilibrio molto precario; va da sé che le sue decisioni dovrebbero in teoria valere solo per coloro che si sono recati alle urne e solo per la durata di una legislatura. Quanti non hanno partecipato al voto hanno implicitamente ammesso di non essere interessati alla questione.
Questo è quello che normalmente accade nella vita di tutti i giorni; a nessuno verrebbe in mente di far valere come regole generali delle regole che un gruppo di privati si fosse dato allo scopo di costituire un circolo. Se in quel circolo dovesse valere la norma che è vietato fumare, ognuno di noi troverebbe ben strano che i soci di quel circolo si dessero da fare per impedire che si fumi per strada o, peggio, nelle abitazioni di quanti con quel circolo nulla hanno a che spartire.
Eppure, altrettanto “normalmente”, dei cittadini che reagirebbero sicuramente alla bizzarria di chiunque volesse imporre a casa loro le regole che valgono nel suo circolo, non trovano nulla, o molto poco, da eccepire quando un comportamento simile è adottato dallo Stato. Come mai?
Ho spiegato altrove che lo Stato si è imposto storicamente attraverso un atto violento; di regola, lo Stato sorge laddove si dà una crescita della complessità sociale (crescita del numero delle persone e della capacità di produrre beni che eccedono la quantità necessaria a garantire la mera sopravvivenza degli individui) e viene “esportato” altrove (anche dove non sarebbe mai nato) al solo scopo di perpetuare il dominio parassitario di alcune classi su altre.
Detto per inciso, coloro che sostengono che la “lotta di classe” possa darsi all’interno dei confini statali raccontano balle o, come ritengo più probabile, non sanno neppure di cosa parlano.
A quell’originario atto di violenza e sopraffazione hanno fatto seguito delle vere e proprie strategie volte a “legittimare” lo Stato e a farlo sembrare necessario.
Oggigiorno, il continuo ripetersi di episodi tesi ad estendere i privilegi di pochi (come quello di alcuni politici che vogliono premiarsi attraverso l’istituzione di indennità doppie) o i continui fatti di corruzione che investono gli apparati statali, dovrebbero spingere nella direzione che rende comune a tutto il corpo sociale (soprattutto a quanti pagano il prezzo dei privilegi che pochi graziosamente si concedono) la consapevolezza di far parte di un meccanismo che provoca distorsioni ed ingiustizie volute. Quel meccanismo si chiama Stato.
Attendo commenti.










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