Sempre schierato dalla parte dei lavoratori, dei ceti sociali più deboli. Quarant’anni in CGIL la più grande organizzazione sindacale dove il personaggio che sfiora i confini del mito si chiamava Giuseppe Di Vittorio.
Rocchetto esibiva con orgoglio, come una reliquia, un bigliettino da visita di Di Vittorio che custodiva gelosamente con su scritto una dedica personale. Non è facile parlare in poche righe di un’esperienza di vita appassionata, intensa e costruttiva quale è stata quella del segretario della Camera del Lavoro di Palagiano, la quale all’epoca poteva contare ben oltre duemila iscritti.
Mi limiterò, pertanto, a focalizzare l’attenzione sui tratti salienti dell’uomo e del sindacalista da me conosciuto, ma anche attraverso testimonianze dirette fatte da quel mondo del lavoro con il quale egli condivise parte della sua vita.

Tutti hanno riconosciuto in Rocchetto il manifestarsi sin dalla gioventù una notevole sensibilità per le problematiche sociali. La sua è stata un’esistenza dedicata in modo essenziale alla risoluzione dei problemi dei lavoratori, in special modo, dei braccianti e degli operai. Non dimentichiamo che il nostro è un paese da sempre dove l’agricoltura è stata il settore trainante dell’economia. Con l’avvio più tardi del comparto siderurgico a Taranto a partire dagli anni ’60 del novecento, Palagiano ha visto affiancare ai braccianti anche la classe operaia. Ciononostante non va dimenticato che un nutrito numero di operai specializzati palagianesi operavano già nell’Arsenale Militare e in una serie di ditte del comparto della meccanica che all’epoca erano considerate all’avanguardia.

Di lui si può dire, senza scadere nella retorica, che abbia avuto una visione di profonda moralità, unita alla convinzione che ogni rivendicazione e istanza dei lavoratori dovesse essere portata avanti con metodo democratico. In questo, rispecchiava perfettamente la visione del leader sindacale nazionale Giuseppe Di Vittorio, il quale fu artefice di una fortissima critica nei confronti della feroce repressione comunista sovietica del 1956 in Ungheria. Difatti egli sosteneva che: “il socialismo è libertà, il socialismo è bontà, umanità.

Il clima di tensione che attraversarono le campagne meridionali nell’immediato dopoguerra – soprattutto in Sicilia, Calabria, Basilicata e nella nostra Puglia – spinse il Governo a varare provvedimenti di riforma agraria. Gli obiettivi politici della riforma miravano a placare le tensioni sociali non solo nelle campagne meridionali, cercando di mantenere la mano d’opera nelle attività agricole e di ricostruire un tessuto sociale ancorato alla campagna. (Con l’Ente Riforma – qui abbiamo avuto la Conca d’oro).
Non fu un’operazione facile specie nel Mezzogiorno d’Italia. In Sicilia ricordiamo le innumerevoli stragi, su tutte quella del 1º maggio 1947 ad opera della banda criminale di Salvatore Giuliano dove morirono quattordici persone.

In quegli anni perirono numerosi sindacalisti socialisti ammazzati da mafiosi al soldo dei latifondisti. Voglio ricordare in particolare: Placido Rizzotto, Calogero Cangelosi, Epifanio Li Puma, Salvatore Carnevale e non furono i soli. In Basilicata l’episodio più clamoroso fu l’eccidio di Melfi nel 1949. La Puglia aveva pagato il suo tributo di sangue sin dall’inizio del ‘900 con una serie di eccidi, tra le figure di spicco in rappresentanza dei braccianti ci fu Silvestro Fiore capolega dei contadini di Foggia anch’egli ammazzato.

Credo sia chiaro in quale contesto sindacalisti come Rocchetto Favale hanno operato nel mondo del lavoro nell’Italia a cavallo del secondo dopoguerra fino alla fine degli anni ’70, i quali, nella migliore delle condizioni hanno dovuto fronteggiare il dilagante fenomeno del caporalato fatto di violenza e ricatti verso i braccianti.

Personalmente l’ho sempre considerato un sindacalista che si occupava della causa dei lavoratori: non si serviva del sindacato. Lo serviva! Come quei tanti rappresentanti del mondo del lavoro già citati prima. Un sindacalista forgiatosi in quella terribile situazione nella quale vivevano i braccianti nell’Italia di allora. In quel contesto Rocchetto organizzò i contadini; ricercò sempre uno sbocco ai conflitti; era contrario alle sommosse, alle proteste velleitarie, all’inconcludenza dei rivoluzionari e dei massimalisti. Era un negoziatore, abile, tenace, preparato.

L’ho ammirato per questo! A lui ho voluto dedicare questo 1° Maggio divenuta festa di rivendicazione e di solidarietà dei lavoratori di tutti i Paesi, ma che diversi “soggetti” sono tentati a rottamare o a sopprimere sia il sindacato che tutte le conquiste sociali di 150 anni di lotte.
Abbiamo assistito alla loro opera demolitrice proprio di recente, i quali “soggetti”, pur di dare un “tocco di modernità” come si fa con le perle ai porci, manifestando una lieve forma di “pudore”, questi rottamatori, alter ego del neoliberismo imperante specie nel mercato del lavoro, quella forma di pudore, dicevo, l’hanno esibita introducendo con termini anglofoni forme di PRECARIETA’ A VITA attraverso la soppressione dell’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, i voucher che in gergo significano buoni turistici e il para-neologismo jobs act che non significa niente.

Un connubio tra farlocchi innovatori e comici predicatori davvero lungimiranti, i quali, con il loro disegno se attuato definitivamente, di colpo si verrebbe proiettati indietro, direttamente all’800, baipassando il secolo breve così come venne definito il ’900!!

Ignazio Silone in Fontamara così descrive quel mondo: “Io so bene che il nome di cafone nel linguaggio del mio paese, sia della campagna che della città, è ora termine di offesa e di dileggio; ma io l’adopero in questo libro nella certezza che quando nel mio paese il dolore non sarà più vergogna, esso diventerà nome di rispetto, e forse anche di onore”.