30 luglio
<<A mia? A mia nun me ne fotte na’ minchia!>> <<416bis. Sig. giudice, io che aprivo a tutti adesso chiudo. Chiudo perché mi hanno rubato tutto. Pure l’anima mi hanno rubato. E non ho paura di morire, perché sono già morta.>> Un uomo e una donna a parlare. Personaggi che raccontano a un ipotetico giudice due differenti storie che si intrecciano durante il dialogo immaginario, offrendo al pubblico due diversi punti di vista. Lei, vedova di un boss e madre di tre figli morti ammazzati. Lui, assassino e giustiziere autonomo, uccide coloro che lo hanno distrutto eliminando i suoi cari e lasciandolo solo. Questo lo spettacolo che, organizzato dai presidi Libera di Palagiano “Giovanbattista Tedesco” e di Mottola “Antonio Montinaro”, lo scorso 30 luglio ha avuto luogo presso il Villino Odaldo in occasione dei vent’anni dalla nascita dell’associazione Libera e dedicato in particolar modo a due donne vittime di mafia: Emanuela Sansone, uccisa il 27 dicembre del 1896 a soli 17 anni e Giuseppa Di Sano, sua madre e prima collaboratrice di giustizia. La rappresentazione scritta e interpretata dagli attori Elena Ferretti e Luca Privitera ha del paradossale in quanto protagonista della scena non è il punto di vista di due pentiti, ma di due criminali che, seppure diversamente l’uno dall’altra, rimangono tali. Satirico e incalzante, con tono provocatorio gli attori hanno parlato al pubblico. Non si prospettano come obbiettivo quello di dare una morale ne di avere una funzione educativa. Piuttosto pongono dinnanzi agli spettatori uno specchio. Che si fermino un secondo, gli spettatori, e si osservino. Occhi nei propri occhi. <<Il fatto è che per distruggere la delinquenza organizzata bisogna eliminare la mentalità che la crea, bisogna eliminare il disagio sociale. Il disagio economico. Bisogna che lo Stato non vada a braccetto con i boss. E bisogna soprattutto che tutti i politici non diventano i boss stessi. Bisogna che questo sistema democratico smetta di schiacciare i deboli e rendere immuni i superpotenti. E bisogna soprattutto che il popolo smetta di essere complice rassegnato di questo vizio del genere che crea soltanto infamia e corruzione!>> dice Lui a gran voce.

in ginocchio foto

 

Occhi nei propri occhi. E “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Per tutti i “nun me ne fotte na’ minchia” che hanno abbandonato e ammazzato l’Italia. Per tutti i “nun me ne fotte na’ minchia” che hanno trasformato le strade in porcili. Per tutti i “nun me ne fotte na’ minchia” che non fanno altro che delegare una classe dirigente, giustificando così il rimanere con le mani in mano, seduti a guardare, e a volte anche a non guardare. E a tratti a osservare male. Lei si dichiara innocente: <<416bis. Condannata per sequestro di persona, contrabbando, traffico di stupefacenti, racket e corruzione. Ma perché sig. giudice? Io, io non ho fatto niente. Fin da bambina mi hanno insegnato che quelle erano le cose giuste e che solo cosi avremmo aiutato la nostra gente.>> E chi non sa guardare punta il dito verso un apparente colpevole, ignorando lo sfondo in cui il presunto imputato si è trovato, ignorando l’ambiente in cui è cresciuto, nel quale è stato abbandonato, e dal quale è stato sopraffatto. Nessuna comprensione, nessuna giustificazione per chi ruba, per chi ammazza o per chi compie qualsiasi atto di delinquenza. Ma prima di mettere al rogo l’esecutore, che si cerchi il mandante. Chè se lo Stato permette all’esecutore di diventare tale, è anche il popolo che permette allo Stato di essere il primo mandante

CATERINA NICOLINI

Di Life

Libero da ogni schema e appartenza di pensiero. Tutto cio' che non conosco nutre la mia vita. Nel momento che riesco a capirmi... ho gia' fatto un altro giro!

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