Durante l’ultimo comizio del Sindaco sono stato attratto da questa sua affermazione: “E’ tempo di porre fine all’epoca degli amministratori-filosofi e di dare inizio alla stagione del fare.” Le parole non saranno state proprio quelle che ho virgolettato, ma riescono comunque a restituire il senso della frase.
Ora, poiché nessuno ricorda qualche figura di filosofo palagianese prestato all’amministrazione comunale, appare ovvio che la frase deve custodire qualche altro senso recondito ed esoterico. Proviamo a portarlo alla luce e a renderlo comprensibile ai più. Magari anche allo stesso Sindaco.

Quanti hanno un minimo di dimestichezza con la storia della filosofia sanno che la figura del filosofo-politico appartiene all’antichità classica e pre-classica. Vi è pure chi sostiene, rifacendosi alle esperienze di Talete e di Parmenide, che la filosofia – così come la conosciamo – debba buona parte del suo statuto a uomini che furono anzitutto legislatori di successo e poi, solo poi, filosofi.

Paradossalmente, Platone, il cui nome è di solito accostato per primo allo strano ibrido del filosofo-politico, non fu mai un legislatore e i suoi tentativi in tal senso si rivelarono pericolosi soprattutto per sé stesso. Ad un certo punto finì in mano a dei mercanti di schiavi, e schiavo sarebbe rimasto se non fossero intervenuti dei suoi amici e ammiratori dalle consistenti doti finanziarie; oltre che filantropiche.

Platone, dunque, possiamo in maniera più precisa considerarlo il capostipite di quella schiera di filosofi che s’impegnarono a tavolino nella progettazione di una società ideale. La lista è lunga e va da Platone fino a Marx, passando per Campanella, Moro e Rousseau.

Contrariamente a quel che si pensa, della lista non fa parte un certo Socrate (che di Platone fu il maestro).

Socrate, al contrario dei nomi testé menzionati, non aveva in mente alcun progetto di tipo sociale.

Socrate era interessato all’uomo in quanto tale e la sua speculazione era tutta rivolta alla ricerca di quelle categorie che potessero darcene una definizione la più precisa possibile. Anche Socrate passò i suoi guai con la politica, ma nel suo caso non possiamo certo affermare che si sia trattato di guai derivanti da una diversa visione, rispetto a quella che potevano avere i politici del suo tempo, della società da costruire. I problemi di Socrate furono dovuti al fatto che irrideva troppo apertamente quei politici che affermavano di sapere bene cosa era utile alla società. In pratica, irrideva troppo i politici del fare.

In altre parole, Socrate era interessato a definire cosa è l’uomo e non cosa fa bene all’uomo. Per questa ragione Socrate ci appare molto più attuale dei tanti ingegneri sociali che affollano la scena ancora oggi: politici, capi religiosi e certi studiosi del diritto e dell’economia.

Va da sé che, alla luce di quanto detto, l’affermazione del Sindaco appare molto più filosofica di quanto lo stesso Sindaco riesca a immaginare. Dietro l’impegnativo voler fare si cela molta più filosofia di quanto a prima vista possa apparire. Certo, si tratta di filosofia discutibile (come vedremo), ma pur sempre filosofia.

Per inquadrare meglio la questione, e per non rischiare di enunciare chiacchiere vuote, è bene spendere due parole sul concetto di “bene comune”. Chiarito tale concetto, penso che risulteranno più chiare tante altre cose.

Contrariamente a quel che vediamo quotidianamente scorrere sotto i nostri occhi, tutta una serie di mercati e transazioni che riguardano i singoli uomini e le loro specifiche preferenze, certa politica, certe religioni e certe filosofie si dicono convinte che esista un “bene comune” valido per chiunque.

Stabilita tale convinzione si danno tutta una serie di azioni che intenderebbero soddisfare una voglia sempre crescente, così ai politici piace presumere, di “beni comuni”. Nessuno che si dia pensiero circa la possibilità che i beni che si considerano “comuni” non siano invece beni, qualche volta, fortemente desiderati da pochi per ragioni le più svariate. Una di queste ragioni l’ha ben esplicitata il Sindaco quando ha fatto riferimento al suo desiderio di essere ricordato come “il sindaco che ha realizzato la tale opera”.

Detto di sfuggita, in una tale impostazione, ci sembra di ravvisare, più che un reale interesse a realizzare qualcosa di utile per la comunità, la voglia di soddisfare una vanità personale. Ma lasciamo perdere, il discorso rischia di portarci troppo lontano. O un po’ indietro, atteso che un’altra delle “meraviglie” che hanno soddisfatto la vanità dei nostri amministratori-filosofi la calpestiamo tutti i giorni: la piazza.

Torniamo a parlare di “bene comune” e delle implicazioni che esso comporta sul fantomatico ente che riconosciamo col nome di “società”.

Facendo un discorso “terra terra” (il tipo di discorso che consiglierei a tutti di tornare a fare, non solo ai filosofi), chiediamoci se non sia il caso di riportare la discussione sulla capacità della politica di essere efficiente. Se non si introduce il concetto di efficienza, infatti, anche un palazzetto dello sport costato fin qui non si sa quanto e per la cui realizzazione neppure trent’anni sembrano tanti, rischiamo (come purtroppo è accaduto) di vedercelo magnificare manco si trattasse del Duomo di Milano.

L’efficienza è anch’essa un bene comune, oppure, solo perché fino a oggi è risultata incompatibile con la funzione politica, dobbiamo considerarla un optional sfizioso?

Mimmo Forleo (mancato filosofo, per sua fortuna)

Di Life

Libero da ogni schema e appartenza di pensiero. Tutto cio' che non conosco nutre la mia vita. Nel momento che riesco a capirmi... ho gia' fatto un altro giro!

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