Il mio articolo sulle inesattezze profuse a tutto spiano da Ressa e riguardanti il nuovo Piano per il commercio, ha fatto emergere la confusione che regna sovrana in tema di economia, laddove si guardi alla generalità dei discorsi fatti, e di commercio, che riguarda più specificatamente alcune prese di posizione circa il Piano. Apparentemente vi sarebbe chi si dice contrario, Life, e chi si dice a favore, Giovanni. A ben vedere, però, si dicono entrambi sfavorevoli a tale Piano. Vediamo perché.

Ressa, nel mare di inesattezze in cui la lascia affogare, una cosa giusta l’ha detta: la liberalizzazione del commercio, consentita dalla più ampia disponibilità di aree ove esercitarlo resa possibile dal Piano, è sempre positiva. Ogni misura atta a stimolare la concorrenza dell’offerta è sempre buona per i consumatori. Il consumatore che, come Life, si oppone all’apertura di nuove strutture non fa altro che lavorare contro se stesso. Parimenti fa il consumatore che non si oppone a tali nuove strutture, come Giovanni, ma vorrebbe i prezzi imbrigliati dalla longa manus politica.

La posizione assunta da Life è inoltre abbastanza singolare in quanto dapprima dice di temere che i nuovi supermercati possano far chiudere i vecchi esercizi. Segno evidente che ne teme la capacità di praticare prezzi più bassi. Poi afferma che gli esercizi già esistenti a Palagiano sarebbero più competitivi dei vari Auchan e Ipercoop presenti altrove. Se questo è vero, non vedo quale motivo Life possa avere di dirsi preoccupato dalla nascita di attività commerciali aventi dimensioni più grandi.

Ma il giudizio di Life, il primo, è rappresentativo dello stato d’animo comune a tutti i piccoli esercenti e trova largo seguito anche tra la popolazione; per questo occorre tenerlo in debita considerazione e attrezzarsi per smontarlo.

I dati ci dicono che la grande e media distribuzione lavora per tenere considerevolmente più basso il costo della vita. Senza andare a scomodare gli USA, paesi come la Francia o la Germania sono lì a dimostrare da anni che la diffusione capillare della grande distribuzione consente al consumatore risparmi che sono dell’ordine di 4 o 5 punti percentuali, se non ricordo male. Che ne facciamo di questi punti percentuali, vi rinunciamo? E perché? Per favorire la condizione di oggettivo privilegio di cui godono i piccoli esercenti?

Il punto è proprio questo. Si chiama privilegio e ne godono tutti coloro la cui attività dipende da licenze concesse da un organo di “controllo” governativo. Verranno a dirvi che detti controlli sono importanti per la vostra salute, per mettere un freno alla “mano selvaggia” del mercato; nessuno però verrà a dirvi come stanno realmente le cose: i controlli servono al governo per controllare l’economia, ai politici per avere quel potere d’intervento che rende la professione politica tanto ambita e ai “controllati” per escludere tutti gli altri dal proprio campo di attività, considerato ormai alla stregua di una proprietà personale.

Lasciando da parte, per motivi di spazio, la prima e la terza “verità”, concentriamoci su quella che maggiormente interessa, atteso che stiamo parlando di Piani per il commercio: il potere d’intervento proprio della politica.

La politica è solitamente insofferente verso qualsiasi forma di liberalizzazione, è costretta ad esserlo. Il giorno in cui i cittadini dovessero capire che le istituzioni naturali come il mercato o il denaro nascono da sole e sono capaci di autogovernarsi meglio di quanto potrebbe governarle un organo deputato a governarle, quel giorno segnerebbe la morte della politica. Il vero politico dunque, quello che può davvero dire di lavorare per il bene di tutti, è colui che lavora perché la politica muoia. Tutti gli altri sono perfettamente integrati in quel meccanismo risalente alla notte dei tempi che prevede si possa vivere alle spalle degli altri. Traggono cospicui vantaggi da questo loro integrarsi, ma ciò non li mette al riparo dalle incoerenze che sono tipiche del ruolo che assolvono. Vediamone una.

Tramite il potere d’intervento che si è attribuito, la politica può scegliere di ampliare o meno l’estensione delle aree in cui è possibile praticare il commercio. Per le cose prima dette a favore delle liberalizzazioni, dovremmo applaudire ogni qualvolta la politica decide che quelle aree vanno ampliate. Ma, c’è un “ma”. La parola “piano” non deve mai farci dimenticare che quando la politica sembra rinunciare a qualcosa lo fa perché sa di poter recuperare altrove, e con gli interessi.

In prima battuta potremmo dire che sotto il profilo del consenso elettorale, il politico che sceglie di ampliare le aree destinate al commercio, sta mettendo a repentaglio il consenso che può venirgli dai vecchi commercianti e spera di compensarlo con quello che potrebbe venirgli dai nuovi e dai loro potenziali dipendenti. Non avremmo comunque centrato il punto focale del problema.

Il politico si lascia trascinare in questo gioco di compensazioni elettorali più o meno probabili perché sa con certezza che potrà esercitare ed estendere il suo potere d’intervento, attraverso il Piano, anche in un altro campo: quello dei suoli da destinare all’espansione del commercio.

Il suo potere d’intervento ne uscirà dunque raddoppiato. Sarà liberalizzatore quando deciderà di ampliare la superficie da destinare a nuove attività commerciali, sarà oligopolista quando dovrà decidere in quali suoli si darà tale ampliamento. A conti fatti, il politico ne esce comunque unico vero vincitore. Raddoppierà il proprio potere d’intervento in un campo, quello dell’economia, che potrebbe benissimo fare da sé.

A questo discorso, che vado a chiudere per non stancare il lettore, si potrebbero benissimo aggiungere una miriade di considerazioni. Esse probabilmente emergeranno in corso di discussione, mi limito a indicarne un paio: quella riguardante l’opportunità di rinviare l’approvazione del Piano alla fine di un mandato sindacale, con le implicazioni di carattere elettoralistico che ne conseguono; quella sulla necessità di ripensare tali strumenti di programmazione al fine di evitare il formarsi di oligopoli decisi dal politico. In tal senso sarebbe sufficiente stabilire che le aree di espansione possono essere diverse e non strettamente legate in termini di superficie complessiva alla superficie di espansione approvata. Al posto delle due aree attualmente previste dal nostro Piano, ad esempio, la legge dovrebbe consentire di averne anche dieci, volendo; sarebbe poi l’imprenditore a decidere dove far nascere la sua struttura. Se ne avvantaggerebbe l’imprenditore in termini di prezzo pagato per il suolo e, indirettamente, anche i consumatori che non sarebbero costretti a ripagare l’imprenditore del prezzo fuori mercato con cui si è aggiudicato l’unico suolo disponibile.

Mimmo Forleo

Di Life

Libero da ogni schema e appartenza di pensiero. Tutto cio' che non conosco nutre la mia vita. Nel momento che riesco a capirmi... ho gia' fatto un altro giro!

6 pensiero su “Qualche riflessione sui Piani per il commercio”
  1. Mimmo, diciamo subito che se ti andava di scrivere questo articolo per un tuo piacere, ben venga,ognuno puo’ scrivere cio’ che vuole mettendo sul “tavolo” della discussione ogni suo pensiero.
    Ma forse non hai “letto” bene il mio…di pensiero. Ci riprovo scrivendoci un po’ di parole in piu’.

    1) Giovanni scrive: “Scusate, ma la realizzazione eventuale di questi supermercati, può portare ad una creazione di quelke posto di lavoro anche part time che non guasta in questo periodo?”
    2) Life risponde: Sicuramente possono esserci nuovi posti di lavoro.
    Ma ricordati che cio’ che trovi qualcuno ha perso!

    Ora Ti spiego chi e’, secondo me, quel qualcuno.

    Quando un supermercato aprira’ vendera’ un’ arancia . Se l’arancia avra’ un prezzo conveniente attirera’ il consumatore che l’acquistera’ . Quindi, il consumatore non andra’ piu’ a comprare l’arancia “sotto casa” ma nel nuovo supermercato.

    Il nuovo supermercato avra’ bisogno di un’aiuto per la vendita e assumera’ 1 personale palagianese.

    Il negozio “sotto casa” non vendera’ piu’ l’arancia e chiudendo il negozio perdera’ il posto 1 lavoratore palagianese.
    Togli dal negozio 1 lavoratore palagianese “sotto casa” ma aggiungi 1 lavoratore palagia nese nel supermercato.

    Fin qui ci siamo, spero.

    Il tuo ragionamento porta a considerare che in questo cambio di 1 a 1 ci guadagna il consumatore palagianese che si ritrova in tasca qualche euro in piu’.
    Lo scambio secondo te e’ conveniente.

    Fin qui ci siamo, spero.

    Ora pero’ ti tocca considerare che se il nuovo personale e’ tarantino, chi ci rimette qualcosa? Te lo dico io, Palagiano. Perche’ avra’ un disoccupato in piu’.

    E se il nuovo supermercato ha un fornitore di arance spagnole che vende arance spagnole, chi ci rimette? Questo dimmelo tu.

    Quindi, nello scambio che apparentemente era di 1 a 1, vogliamo aggiungerci un qualcosa in piu’ ( che poi e’ in meno!)?

    Vogliamo aggiungerci che i proprietari del nuovo supermercato possono non essere palagianesi a differenza del “negoziante sotto casa”, ma svizzeri? (Lidl per esempio?)

    In quel caso,chi ci perde? Siamo sempre 1 a 1?

    Mimmo, ti rendi conto che finalmente stiamo parlando di “destra” e di “sinistra”?
    Due poli che sono spariti diventando un solo partito… e sai perche’?

    Si, lo sai.

    Perche’ di “supermercati” se ne apriranno a fiume anche in futuro e nessuno li contrastera’!

    Il supermercato ti fara’ spendere piu’ benzina, ti mettera’ 10 offerte che attirera’ la tua attenzione ma ti fara’ spendere il doppio su altri prodotti.
    Stanne certo, alla fine ci avrai rimesso ma….senza accorgertene perche’ durante la spesa un Babbo Natale si sara’ avvicinato ai tuoi bambini che saranno felici di toccarlo!

    E tu sarai felice perche’ ti crederai un buon padre che ha avuto l’idea giusta di portare la famiglia nel nuovo supermercato! E allora, preso dall’entusiasmo, farai la pazzia di comprare un nuovo televisore con 60 rate di “solo” 39,99€ al mese!

    Che fortuna, che convenienza.

    Viva Viva il nuovo centro commerciale… dimenticando che il “negozio sotto casa” e’ il nostro.

    E’ la nostra economia che abbassa la “saracinesca”.

    Ma non preoccuparti! Ci sara’ “l’isola dei famosi” a renderti ancora piu’ felice e a non considerare che stai perdendo soldi da tutte le tasche!

    Che tristezza.

    Mi scuso con i lettori se ho “volgarizzato” dei concetti che solitamente meritano una discussione molto piu’ autorevole della mia, grezza ed elementare.

    Rimarrai convinto della tua teoria economica,ma io credo ancora che…

    cio’ che ti verra’ dato da una mano ti verra’ tolto dall’altra.

    Ma con “interessi”… e anche molto alti.

    To’, guarda chi ci troviamo? Le banche.

    Felicita’.

    Life.

    1. Life, guardati intorno, guarda i beni da cui sei circondato e poi, andando indietro con la memoria fino alla tua infanzia, confrontali con quelli che potevamo permetterci allora. Posso già anticipare il risultato del confronto: non c’è paragone!, e riguardo alla quantità e riguardo alla qualità. Chi pensi che abbia reso possibile tale salto, Babbo Natale? No, molto più banalmente la liberalizzazione dei mercati.

      Adesso ci sarà sicuramente chi verrà a dire che tale benessere è solo apparente, si chiama consumismo, è ottenuto indebitandosi. Mi dispiace per lui, ma avrà torto su tutta la linea. Quel benessere possiamo toccarlo con mano, per ottenere un’ora di energia oggi consumiamo risorse pari a quelle necessarie un tempo per ottenerne un minuto, senza il maggior risparmio di oggi i beni che abbiamo sotto gli occhi svanirebbero in meno di un secondo.

      L’errore che commetti ragionando è quello di considerare l’economia un gioco a somma zero: se uno vince, un altro perde. Non è così. Con il libero scambio vincono tutti: chiunque scambia qualcosa lo fa perché soggettivamente sa di stare guadagnando. Quando ci priviamo di qualcosa in cambio di qualcos’altro assegniamo al bene di cui ci stiamo privando un valore inferiore a quello assegnatogli da colui che lo accetta, e viceversa.

      Ragionando in termini localistici in economia non si va da nessuna parte. Anzi, una direzione di marcia ci sarebbe: la più veloce possibile verso la miseria. Cuba non importa praticamente nulla dall’estero. A Cuba si vive bene oppure si vive male? Questo per dire anche che senza la libertà economica è praticamente inutile parlare di qualsivoglia altro tipo di libertà.

      È unitile chiedersi quante attività abbasseranno la saracinesca nel caso in cui daremo spazio alla libera circolazione delle merci e dei servizi; confrontando quel numero con quello delle attività che potranno sfruttare le potenzialità offerte dalla nuova condizione il bilancio sarà sempre positivo, e favorevole alla nuova condizione. L’arancia che paghi meno allo spagnolo ti consente di ottenere il risparmio che ti permette l’acquisto di una clementine palagianese. Se lasciassi produrre tutto ai palagianesi ti potresti permettere o l’arancia o il clementine, mai potresti acquistarle entrambe.

      Mimmo Forleo

  2. Caro Mimmo gli argomenti che tocchi meritano approfondimenti: ho comunque capito che provi assoluta diffidenza nel ceto politico ma purtroppo siamo noi che li scegliamo. Quindi occorre porre in sostanza delle regole precise ed inderogabili come ad esempio la salvaguardia dei prodotti locali non si puo’ infatti lasciarli soli sotto gli attacchi della concorrenza straniera; e la salvaguardia dei posti di lavoro prima i palagianesi poi gli altri. A te ti vedo bene al banco della receptionist….
    Life invece a vendere i televisori….quindi sempre vigili a non farci fregare dalla longa manus dei politici

  3. Ma si Mimmo,capisco e conosco bene la tua “linea” economica.
    Ma non e’ solo la tua, bensi’ di una grande fetta di persone nel mondo intero.

    Si chiama globalizzazione.
    Benessere fittizio e apparente.

    Una massa di “pecore” indebitate e represse in giro per “ipermercati” e “Costa Crociere”, tutti con un solo sogno: Il Grande Fratello!
    Tutti in fila, me compreso, a seguire il pastore tedesco che ci portera’ in giro a pascolare nei verdi prati di plastica.

    E quando qualcuno prova ad uscire dal “branco” viene all’istante bombardato psicologicamente dallo spauracchio dei regimi totalitari comunisti che ci lasceranno arretrati e poveri!

    “Scegliete: o una vita apparente con il Valium sul comodino o un regime con a capo lo spietato Fidel Castro!”

    Io e grazie a Dio non sono solo, mi chiedo:

    O una dittatura Comunista o una dittatura economica?

    Possibile che non ci sia una “terza via”?

    Life

    1. Life, stai commettendo altri due errori. Stai confondendo l’economia, che non ha nulla di ideologico, con la politica, che sovente lo è, soprattutto quando vuol definirsi comunista. Inoltre inserisci surrettiziamente nella discussione valutazioni morali che ti appartengono e sei libero di seguire, ma che nulla dovrebbero avere a che fare con l’economia.

      L’economia ha, o dovrebbe avere, un compito ben definito: indicare la via che porta l’uomo a conseguire il risultato che si ripromette. Se tale risultato è il benessere (non serve specificare se quello personale o anche quello di tutti gli altri. L’uomo che agisce egoisticamente nel libero mercato è “costretto” a servire gli altri, atteso che tutti i suoi sforzi approderebbero al nulla nel caso in cui gli altri li servisse male), il libero mercato e la divisione del lavoro sono le vie obbligate. Tutte le altre “vie” sono fantasie più o meno belle, alcune addirittura pericolose. È la storia che si è fatto carico di dimostrarlo.

      Mimmo Forleo

      PS. La mentalità del “branco” la accetti inconsapevolmente quando dai per scontato che le tasse sono un “dovere sociale” e che lo Stato è l’unica forma di “organizzazione sociale”, non certo quando ti rechi, represso o meno, in un ipermercato. Quello è un atto al quale puoi liberamente sottrarti, prova invece a non pagare le tasse…

Lascia un commento