Questa la relazione della Prof.ssa Alba Monti, antropologa, che insieme alla Dott.ssa Moschetti, al Dott. Pierino Rotolo e ai rifugiati  Mahania Janseen Borgia e Sani Maaroufi,  ha fatto parte della giuria della prima edizione del premio Popoli In Movimento.

Circolo Arci SvegliArci

Angela Surico

Al Dirigente scolastico

Alle e agli Insegnanti

Alle Alunne e agli Alunni

dell’Istituto comprensivo “Gianni Rodari” di Palagiano

Al Circolo ARCI

di Palagiano

 

 

Fare parte della giuria di questo Concorso è stato molto, ma molto interessante. E soprattutto bello e  rassicurante per quello che ho visto che la Scuola è capace di fare per operare un cambiamento che a noi adulti sembra difficile – se non impossibile – e che è soprattutto cambiamento di mentalità, l’unico che permetta di incidere positivamente in una realtà non propriamente piacevole e non molto felice, quale purtroppo è la nostra.

Ma è stato molto difficile poter esprimere un giudizio traducendolo in punti. Perché in ogni lavoro, in tutti i lavori, se pure si vedeva l’impronta lasciata dall’insegnante, c’erano alcuni pensieri veramente originali oltre che belli, che facevano percepire quali segni avesse lasciato concretamente nelle bambine e nei bambini l’esperienza condivisa con il progetto Koiné.

Mi è piaciuto molto leggere alcune espressioni e me le sono appuntate, trascrivendole, perché non andassero perdute:

– di Barbara Candido (5A) ho trascritto il concetto importante che il pregiudizio non aiuta la conoscenza e la comprensione; lei lo dice in una forma molto ma molto concreta: “loro avevano un the che all’inizio mi sembrava orribile, ma poi dopo averlo assaggiato mi è piaciuto molto”. Detto da una bambina di questa età, significa molte cose! Sappiamo bene, infatti, quanta difficoltà facciano i genitori a convincere i figli a mangiare alcuni cibi; il loro NO è spesso rafforzato dall’espressione “mi fa schifo!”, salvo poi a scoprire che non lo hanno mai neppure assaggiato e che dicono NO per pregiudizio o per partito preso! Così fa anche Barbara, ma solo all’inizio. Mentre alla fine scopre addirittura che il cibo è anche un elemento di conoscenza di una cultura “altra”, e ci racconta cosa è la sambusa, cosa il cous cous e, addirittura, come si preparano.

 

Se un primo premio oggi va assegnato, la vincitrice è una sola: la Scuola.

La Scuola con la S maiuscola che voi avete mostrato di essere. Una Scuola che insegna contenuti ma anche e soprattutto valori, come l’accoglienza, il rispetto per la diversità, la sensibilità, l’attenzione a chi è apparentemente – ma solo apparentemente- diverso da noi. Perché, ciò che emerge dai pensieri scritti dai vostri alunni (come nel tema di Nicla (5D) e in ogni tema) è l’uguaglianza degli esseri umani, tutti, a prescindere da come vestono, da come parlano, da come mangiano, da come pregano… perché tutte e tutti siamo persone e abbiamo la stessa dignità. E quella dignità, in quanto persone, ce la devono riconoscere, e noi la dobbiamo riconoscere negli altri.

Tutti questi concetti, magari espressi con parole bambine, hanno trovato spazio e sempre con modalità diverse, nei lavori delle vostre alunne e dei vostri alunni. Non so se chiamarli temi, relazioni, componimenti… perché sono tutto questo, e alcuni sono addirittura dei piccoli capolavori che meriterebbero di essere stampati e fatti circolare in tutte le classi. Perché scritti bene, come per il lavoro di Paola e Mattia della 5B, che sembra scritto da adulti, [e magari gli adulti sono intervenuti pure, lo immagino come insegnante e come madre attenta, ma sono intervenuti a monte e a valle: perché il percorso fatto è quello dei bambini e delle bambine. E il percorso si evince molto bene, per esempio, nel lavoro di Barbara Ascoli alla quale, come insegnante di italiano, metterei 10 e stelletta; o come quello di Anastasia che sembra un trattato di Sociologia delle migrazioni in nuce, perché lei cita le cause sociali delle migrazioni (analfabetismo, disparità di genere tra donne e uomini, sfruttamento del lavoro minorile) e le cause economiche (colonialismo e neo-colonialismo).

Belli, ricchi e bene articolati i contenuti, molto curata anche la forma italiana.

 

 

Ma soprattutto bellissimi i sentimenti che emergono dai fogli e dalle penne e dal cuore:

– Come nel tema di Rocco (5D), che per ben tre volte usa la parola “fratelli” per definire i rifugiati,  e mai li chiama “stranieri” perché chi si trova a casa (sulle vostre magliette c’è scritto Benvenuto a casa!) non è mai straniero. Al lavoro di Rocco ho dato il punteggio di 11 anche se il massimo consentito era 10, per un’altra bella espressione che vi ho letto: “ora che li conosco, provo verso di loro un sentimento di amicizia”. Questo è un valore bello e importante, che gli adulti spesso dimenticano. E dimenticano di trasmettere.

– Come nel tema di Gabriele (5C) che scrive, tacendo l’indignazione che prova, “io sono ancora molto piccolo e non posso fare grandi cose per cambiare questo mondo; ma anche con i miei piccoli gesti di pace – a poco a poco – posso costruire insieme ai miei compagni il puzzle della pace!” Bellissimo! E Gabriele è stato bravissimo anche perché ci presenta questi nostri ospiti eccezionali di Palagiano non usando mai per loro il nome di “straniero”, o “immigrato”, o “rifugiato”, ma semplicemente il nome di Ibad, Jansen, Sami. Così anche Lucia e Alessia (5C) che ce li descrivono pure: Feiz, timido e alto, Endurance, che ha fatto una foto con me e Maristella; Jansen, che ci ha fatto cantare;  Ibad, pakistano di 30 anni e professore di inglese.

 

I pregiudizi cadono ad uno ad uno e si fa strada la consapevolezza, anzi ormai in loro la certezza, che “il colore della pelle e la lingua diversa non devono essere un ostacolo e, peggio ancora, un motivo per non trattarli da uomini”: non sono mie le parole, è Alessia che scrive, e ci dice della sua enorme sorpresa nel constatare che non sono solo i poveri ad abbandonare i paesi di origine, ma anche persone culturalmente molto preparate, come il prof.  Ibad.

Persone che scappano dalla miseria, dalla fame, dalla violenza, dalle guerre perché sperano di poter vivere una vita più dignitosa, Silvia della 5A, e non solo lei, ha scoperto che sono queste le cause della migrazione di intere masse umane.

 

Cosa è, allora, la solidarietà per questi piccoli studenti/studiosi del mondo e delle molle ingiuste che troppo spesso lo muovono?  Silvia (5A) scrive “abbiamo ascoltato le loro storie terribili…” e a lei fanno eco tutte le altre bambine e gli altri bambini che scrivono “Hanno attraversato deserti pericolosi per sfuggire alla guerra e alla miseria”, e aggiungono che “non è giusto che le persone li guardino con sospetto o con razzismo”. E questo è scritto in tutti i temi.

Cosa è, allora, la multicultura? Ce lo spiegano molto bene PaolaFlora e Mattia (5B). “è accoglierli tra di noi (loro scrivono integrarli, ma accogliere è il verbo più giusto: perché integrare fa pensare a qualcosa che si è rotto e che dobbiamo ricomporre in unità, far tornare integro; è quello che si fa con un puzzle, che si può ricomporre solo se i pezzi coincidono perfettamente con gli spazi lasciati vuoti. Questo significa che noi integriamo le persone diverse da noi solo se si rendono uguali a noi, cioè se occupano gli spazi che noi abbiamo già prefigurato. E significa anche che noi li accogliamo solo se si omologano…purtroppo è così che in questi ultimi secoli abbiamo compiuto molti genocidi culturali) “senza costringerli ad abbandonare la loro lingua, le loro usanze, la loro religione”.

Tutto questo è possibile se smettiamo di vedere gli altri come un pericolo e li vediamo, invece, come una risorsa e una ricchezza (questo l’ho letto nella lunga relazione scritta da Anastasia (5D) . Basta solo guarire da quella brutta malattia sociale che si chiama razzismo. E “per fortuna razzisti non si nasce, ma si diventa – ci spiegano Denise e Giulio (5B); e lo si diventa solo se insegnanti, genitori e adulti ci mettono in testa idee sbagliate”. E quali sono le idee giuste che gli adulti devono trasmetterci lo spiega molto bene Barbara Ascoli (5B): “non conta il colore della pelle, ma il cuore delle persone”.

A Barbara, sento di poter dire che scrive molto bene, sicuramente perché pensa molto bene A lei vorrei chiedere di cantarmi la canzone – che tanto le è piaciuta – per far ritornare il bambino nelle braccia della mamma. In cambio, ho per lei un mio libro di racconti (ve ne sono anche di africani, amazzonesi, rom –chiedete a don Vincenzo chi sono questi altri amici).

Perché proprio a Barbara? Chiederete voi. Lo consegno a lei, con la preghiera di farlo circolare fra tutti coloro che sono interessati a leggerlo: è un vecchio libro e non ce ne sono in giro altre copie. Ma a lei anche a motivo del nome che ha, il suo nome bello, che è la speranza concreta che la parola straniero non circolerà più tra di noi, o meglio: continuerà a esistere, ma non si porterà più

 

 

 

 

 

dietro l’alone di paura, timori, pregiudizi che oggi invece ha. Perché anche il nome Straniero possa diventare, domani, un nome proprio di bambino.

È già successo, sapete? A questo proposito, Giulio e Denise (5B) scrivono che  “anche noi siamo stranieri per gli altri”, e io so che lo avete appreso leggendo la storia di Orzowei. Ma non solo. Adesso vi racconto io una storia: fino a qualche secolo fa, cioè fino a quando i Greci erano la massima potenza tra i popoli conosciuti, e noi non eravamo ancora Magna Grecia, gli stranieri eravamo noi. I Greci ci chiamavano stranieri, anzi nella loro lingua ci chiamavano barbari (Barbaro e Barbara). Barbaro è una voce onomatopeica, cioè che riproduce un suono; quel suono era, per i greci, barbar. Cioè non dicevano di se stessi che ignoravano la nostra lingua, ma di noi che non sapevamo parlare la loro, e per parlare emettevamo suoni incomprensibili: bar bar bar. (come bla bla bla, a cui deriva il verbo blaterare). Ci sono voluti molti secoli per dimostrare che non eravamo barbari, ma che semplicemente eravamo diversi da loro, e loro diversi da noi.

La diversità mi fa pensare ancora al tema di PaolaFlora e Mattia, i quali scrivono che “oggi ci sono mille Italie, perché essendoci molte etnie, ovunque ci sono molte isole di stranieri”. Io la vedo diversamente: non ci sono mille Italie, l’Italia è sempre una ma con 1000 volti diversi. È una nazione simile a un arcobaleno: non ci sono tanti arcobaleni, ma uno solo formato da tanti colori,  nessuno si sente straniero perché senza di lui l’arcobaleno non solo non ci sarebbe, ma soprattutto non sarebbe così bello!

Ma a tutte e a tutti voi voglio lasciare in dono una parola: KARIBÙ! Che in lingua swahili, la lingua più parlata in Africa, significa BENVENUTO!, proprio come avete scritto sulle vostre magliette e sui cartelloni con cui avete accolto questi amici venuti da lontano.

Nei temi di Barbara, Federica, Silvia (5A); PaolaFlora, Mattia, Denise, Giulio, Barbara (5B); Gabriele, Lucia, Alessia (5C); Anastasia, Nicla, Rocco (5D) è scritto a chiare lettere che conoscere le persone e conoscere i loro problemi serve a meglio comprendere: persone e problemi! E cosa è la comprensione del problema che le migrazioni portano con sé? Giulio e Denise ci danno la risposta: “dobbiamo assumere un comportamento ricco di amore e di sensibilità, perché questa migrazione è una responsabilità collettiva e causata da tutti noi.

Queste bambine e questi bambini hanno compreso quanto molti adulti non hanno compreso e molti politici fingono di non sapere. O forse non lo sanno davvero, tanto grande è la loro ignoranza. Perché pregiudizi, razzismi, scontri, rifiuti sono soprattutto frutto dell’ignoranza. La prova è scritta nel tema di Federica (5A) “I pregiudizi raccontano ciò che possiamo solo immaginare, perché la vita di ognuno si può solo ascoltare, e solo così comprenderla e provare a migliorarla”.

E l’ignoranza, cioè la non conoscenza, è attributo che questi vostri piccoli studenti dimostrano di non avere oggi, e quasi sicuramente non avranno domani.

Grazie a lei, Dirigente!

Grazie a voi, Insegnanti!

Grazie, Alunne e Alunni!

Grazie Circolo Arci di Palagiano!

Grazie Amiche e Amici migranti. KARIBÙ! BENVENUTI!

 

 

 

Prof.ssa Alba Monti

Di Life

Libero da ogni schema e appartenza di pensiero. Tutto cio' che non conosco nutre la mia vita. Nel momento che riesco a capirmi... ho gia' fatto un altro giro!

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