Mi avevano a lungo parlato del film “Mimma e Annibale” prodotto dalla CGIL tarantina, sulla condizione bracciantile a sud, e che non avevo mai visionato.
Ieri era in replica grazie all’ARCI, dopo la “prima” palagianese di non molto tempo fa, e non ho voluto perdermelo.
Il mini-dibattito che ha fatto da seguito alla proiezione, tre/quattro interventi – tra cui il mio, merita di essere approfondito; oltre che di essere riportato a vantaggio dei tanti assenti.

Comincio col dire brevemente del film.

I braccianti di cui si parla sono essenzialmente quelli che, spostandosi a bordo di pullman, partono dal brindisino e dalla zona orientale della provincia di Taranto per recarsi in aziende spesso distanti anche più di cento Km dai loro paesi di origine.

Questo è un fenomeno che è sempre esistito; la differenza tra “ieri” e “oggi” è dovuta al fatto che mentre in passato correva parallelo al mercato delle braccia locali, adesso ha quasi l’esclusiva. Si è di fatto quasi estinto il bracciantato locale; per mettere insieme una “squadra” di indigeni per l’acinino o la “frasca”, a Palagiano per esempio, occorre fare ampio ricorso alle braccia di ragazze e di ragazzi che di solito sono studenti delle superiori. Per loro il lavoro agricolo è solo l’occasione per raggranellare il soldo necessario per finanziarsi le vacanze.

La condizione di questi braccianti è effettivamente peggiorata.

Quando nel passato si recavano in aziende con una buona presenza numerica di lavoratori locali, si avvantaggiavano anche loro del fatto che esistesse un buon “rapporto umano” tra il datore di lavoro e i dipendenti concittadini di quest’ultimo. A loro, ai “forestieri”, si estendeva naturalmente lo stesso tipo di rapporto.

Oggi tutto è cambiato. Nelle aziende in cui si recano non trovano quasi mai manodopera locale; sono loro, insieme al proprietario dell’azienda, i protagonisti anonimi di un rapporto di lavoro che si protrae al massimo per un mese. Passato il quale, nuova azienda e nuovo datore di lavoro.

Come si è determinato tutto ciò?

Intanto occorre dire che è profondamente cambiata la struttura proprietaria delle aziende agricole.
Non esiste quasi più l’azienda medio-piccola, la piccola azienda che resiste è quella che si basa sull’auto-sfruttamento; queste aziende, quindi, non assumono più nessuno.
Sono rimaste solo le grandi aziende di cui spesso è difficile perfino ricostruire il vero assetto proprietario. In catasto i terreni sembrano appartenere a qualcuno, alla camera di commercio appaiono altri nomi, all’Inps altri ancora.

A far da tramite unico tra la grande azienda e i braccianti vi sono i cosiddetti “caporali”.

I caporali fungono da vere e proprie agenzie di collocamento, senza di loro il contatto impersonale tra datore di lavoro e lavoratore non si creerebbe neppure.
Sono loro a formare le “squadre”, sono loro a stipulare i contratti di prestazione d’opera, sono sempre loro ad organizzare lo spostamento in azienda e da un’azienda all’altra.

Ai braccianti non resta altro che prestare le braccia, mai il termine “bracciante” è stato calzante quanto lo è adesso.

E le organizzazioni di categoria, in questo sistema che è già bello e concluso, quale ruolo svolgono?

In effetti non svolgono più ruolo alcuno, se non quello che anacronisticamente la legge ancora assegna gli assegna.

La seconda parte, che pubblicherò a breve, si occuperà di loro.

Mimmo Forleo

Di Life

Libero da ogni schema e appartenza di pensiero. Tutto cio' che non conosco nutre la mia vita. Nel momento che riesco a capirmi... ho gia' fatto un altro giro!

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