Fiaccole nel vento il 5 Ottobre a Taranto.
Migliaia di fiaccole, portate da bambini, anziani, donne, uomini, di ogni ceto ed estrazione sociale, quasi a voler restituire quella luce che sembra mancare al futuro.
Fiaccole nel vento che, in silenzio, urlavano forte la tristezza, il dolore, ma anche l’orgoglio di una Città martoriata, ferita, violentata, abbandonata ma che, nella sorpresa di tanti, sta trovando in se stessa la forza di reagire, ribellarsi e dire no all’ennesimo sopruso e violenza.
Fiaccole nel vento, tenute su dalle mani incerte dei numerosi bambini e dalle mani forti dei tanti operai che hanno deciso di dire basta al ricatto occupazionale che, troppo spesso, nel nostro Paese porta a chiudere gli occhi sulle peggiori nefandezze.
Che fanno paura perché dimostrano che la partita ILVA, oggi, non riguarda più la proprietà, la Procura ed un Governo apparentemente troppo attento alle ragioni dell’industria e poco incline a cercare di comprendere, come invece dovrebbe essere, le ragioni che spingono una Città a schierarsi contro un pezzo della propria storia.
Erano migliaia per strada ieri, guidati da una cornamusa e da una fila di passeggini, a testimoniare la voglia di futuro, di riscatto, di rinascita che sta prendendo piede, dando speranza anche ai più pessimisti, in questa terra.
Fantasiosi i tarantini, capaci di trovare ogni volta un simbolo diverso in grado di rappresentare con la forza delle immagini quello che sta accadendo in questo territorio.
Ieri era l’Apecar, simbolo del Davide che riesce a sfidare e mettere in ginocchio Golia, oggi i passeggini, metafora di un futuro che vuole farsi strada, vuole essere tutelato, protetto, restituendo a tutti la possibilità di vivere senza l’incubo della malattia, dell’aria appestata, dell’acqua avvelenata, della terra soffocata da decenni di incuria, connivenza, opportunismo, stupidità.
Camminando per il corteo non abbiamo incontrato ambientalisti esaltati, ideologizzati, da suv, come inopinatamente affermato in questi mesi da gente interessata a conservare il proprio, anche a costo di sacrificare le aspettative di un’intera comunità.
Abbiamo, invece, trovato una Città!
Una Città fatta di persone, di uomini, donne, bambini, anziani, professionisti, operai, disoccupati, insegnanti, studenti, medici, artigiani.
Una Città fatta di storie, di vissuto, di sofferenze e di dolori, compostamente patiti ma che oggi reclamano rispetto, attenzione, giustizia.
Un ex-operaio, con dignità e compostezza, portava un cartello al collo che diceva: “Sono un ex-dipendente ILVA malato di tumore. Non voglio che i miei figli subiscano la stessa sorte. Partecipo anche per i miei genitori e i miei colleghi che sono stati meno fortunati di me”.
Mi sono avvicinato, gli ho chiesto di fotografarlo perché queste storie ora vanno raccontate, vanno urlate in faccia a chi, con ottusa ostinazione, dice che a Taranto non vi è emergenza sanitaria.
Ha accettato e lì ho compreso che a Taranto con la morte delle persone, ricordata al Ministro Clini da un immenso striscione calato da un palazzo, è morta anche la paura.
E’ morta la paura di metterci la faccia, di testimoniare con i propri volti che non c’è più possibilità di trattativa, che o l’azienda diventa sostenibile per la città oppure la città, pur soffrendo e dovendo fronteggiare un’enorme emergenza sociale, potrà fare a meno di essa.
E’ morta la paura dei tanti operai che chiedono il rispetto della propria dignità, che partecipano alle manifestazioni, che sui social network hanno denunciato e denunciano, assumendo notevoli rischi, il clima che si vive all’interno dello stabilimento.
E’ morta la paura…..forse è meglio dire: “A Taranto è nato il coraggio!”.

Donato Piccoli
Armando Mappa

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