Lew Rockwell

Sono sicuro vi sia già capitata questa esperienza o qualcosa di simile. Siete seduti a pranzo in un buon ristorante, magari un albergo. I camerieri vanno e vengono. Il cibo è fantastico. La conversazione procede bene su tutti gli argomenti. Parlate del tempo, di musica, cinema, salute, cose futili sui giornali, bambini e così via. Ma poi la conversazione si sposta sull’economia e le cose cambiano.

Voi non siete il tipo aggressivo, per cui non partite in quarta a proclamare i meriti del libero mercato. Aspettate e lasciate che parlino gli altri. I loro pregiudizi sul commercio si manifestano subito nella ripetizione delle più recenti calunnie dei media contro il mercato: ad esempio quella secondo cui i gestori delle pompe di benzina stiano causando inflazione, alzando i prezzi per riempire le loro tasche a nostre spese, oppure la storia per cui Wal-Mart rappresenti, naturalmente, la peggior cosa che possa mai capitare a una comunità.

Cominciate ad offrire un correttivo, evidenziando l’altra faccia della medaglia. Ecco allora che la verità emerge in forma di affermazione candida ma risoluta: “Beh, sinceramente penso di essere un socialista in fondo al cuore”. Altri fanno cenno di essere d’accordo.

Da una parte non c’è nulla che si può dire, davvero. Siete circondati dalle benedizioni del capitalismo. Il tavolo del buffet, che voi e i vostri commensali non avete dovuto far altro che entrare nel ristorante per trovare, offre una maggior varietà di cibo ad un prezzo più economico di quanto fosse disponibile ad ogni persona vivente – re, signore, duca, plutocrate o Papa – lungo quasi tutta la storia del mondo. Persino cinquant’anni fa non sarebbe stato immaginabile.

Tutta la storia è stata definita dallo sforzo per procurarsi cibo. E, tuttavia, questa difficoltà è stata eliminata, non solo per i ricchi ma per chiunque viva in paesi dall’economia sviluppata. Gli antichi, osservando questa scena, avrebbero pensato di trovarsi nell’Eliseo, le isole dei beati che accoglievano le anime di coloro amati dagli dei. L’uomo medievale evocava scene simili solo nelle visioni di Utopia. Persino sul finire del diciannovesimo secolo, il palazzo più dorato del più ricco industriale richiedeva molto personale e enorme lavoro per arrivare abbastanza vicino ad approssimare questa scena.

Dobbiamo questo al capitalismo. In altri termini, dobbiamo questa scena a secoli di accumulo di capitale nelle mani di persone libere, che hanno utilizzato capitale in attività economiche innovative, competendo con altri per i profitti e al tempo stesso collaborando con milioni e milioni di persone in una rete globale di divisione del lavoro in continua espansione. I risparmi, gli investimenti, i rischi, il lavoro di centinaia di anni e di innumerevoli uomini liberi sono serviti a rendere possibile questa scena, grazie alla stupefacente capacità di una società che si sviluppa in condizioni di libertà di raggiungere le maggiori aspirazioni dei membri della società.

E, tuttavia, dall’altra parte del tavolo sono sedute persone istruite che ritengono che la via per mettere fine ai guai del mondo passi attraverso il socialismo. Ora, le definizioni di socialismo differiscono e queste persone probabilmente sarebbero svelte ad affermare che non intendono l’Unione Sovietica o niente del genere. Quello era socialismo solo nel nome, vi direbbero. E se socialismo significa qualcosa oggi, questo è immaginare che ci possa essere qualche progresso sociale derivante dalla scelta politica di portare via capitale da mani private per metterlo nelle mani dello Stato. Altre tendenze del socialismo includono il desiderio di vedere i lavoratori organizzati in classi e dotati di qualche sorta di potere coercitivo su come usare la proprietà dei datori di lavoro. Può essere semplice come il desiderio di mettere un limite al salario degli amministratori delegati o estremo come il desiderio di abolire tutta la proprietà privata, il denaro e persino il matrimonio.

Qualunque sia la specificità del caso in questione, socialismo significa sempre sovrastare le decisioni libere degli individui e rimpiazzare quella capacità di prendere decisioni con una dominante pianificazione statale. Portato avanti a sufficienza, questo modo di pensare non comporterebbe semplicemente la fine di pranzi opulenti. Significherebbe la fine di quello che tutti conosciamo come civilizzazione stessa. Ci farebbe sprofondare indietro ad uno stato primitivo di esistenza, a vivere di caccia in un mondo con poco di arte, musica, tempo libero o carità. Né è in grado, una qualunque forma di socialismo, di provvedere ai bisogni dei sei miliardi di persone sulla Terra, quindi la popolazione si ridurrebbe drammaticamente e rapidamente in una maniera tale che farebbe sembrare lievi, al confronto, tutti gli orrori umani conosciuti. Neppure è possibile separare il socialismo dal totalitarismo, perché se si è seri riguardo al mettere fine alla proprietà privata dei mezzi di produzione, occorre essere seri riguardo al metter fine anche alla libertà e alla creatività. Si dovrebbe fare dell’intera società, o di quel che ne rimane, una prigione.

In breve, il desiderio di socialismo è un desiderio di disgrazia umana senza uguali. Se lo comprendessimo appieno, nessuno in buona compagnia esprimerebbe con leggerezza supporto per il socialismo. Sarebbe come dire che c’è qualcosa di buono nella malaria e nel tifo e nel bombardare con bombe atomiche milioni di innocenti.

Le persone sedute all’altro lato del tavolo desiderano veramente questo? Certamente no. Allora che cosa non è andato per il verso giusto? Perché queste persone non riescono a vedere ciò che è ovvio? Perché persone che si trovano in mezzo all’abbondanza creata dal mercato, godendo dei frutti del capitalismo ogni minuto della loro vita, non riescono a vedere il merito del mercato ma invece desiderano qualcosa che è un provato disastro?

Quello che abbiamo qui è una mancata comprensione. In altre parole, una mancata connessione di cause con effetti. Si tratta di un’idea interamente astratta. La conoscenza di causa e effetto non arriva dal mero guardarsi attorno in una stanza, dal vivere in un certo tipo di società o dall’osservare statistiche. Si possono studiare montagne di dati, leggere mille trattati di storia o anche guadagnarsi da vivere tracciando su grafici le cifre internazionali di prodotto interno lordo e ancora la verità su causa ed effetto può restare elusiva. Ancora si può non capire che è il capitalismo che fa crescere la prosperità e la libertà. Ancora si può essere tentati dalla nozione secondo cui la salvezza sia il socialismo.

[Continua…]

Discorso pronunciato il 17 maggio 2008 al “Mises Circle in Seattle”

Traduzione di Maria Missiroli

http://vonmises.it/2012/10/26/tutto-quello-che-adorate-lo-dovete-al-capitalismo/

Di Life

Libero da ogni schema e appartenza di pensiero. Tutto cio' che non conosco nutre la mia vita. Nel momento che riesco a capirmi... ho gia' fatto un altro giro!

Un pensiero su “Tutto quello che vi piace lo dovete al capitalismo (prima parte)”

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