Tutto pu? essere banalizzato, considerato distrattamente, strumentalizzato, dissolto nella routine. Nietzsche, con la forza caustica del suo pensiero, chiedeva provocatoriamente: fermatevi all?uscita di una chiesa, dopo la Messa, e guardate le facce di chi esce; vi sembra che siano quelle di gente che ha incontrato un risorto? Ad Auschwitz, il direttore del campo viveva in una linda villetta, con i figli e il cane giocava con loro (dopo aver appeso la divisa e prima di riprendere, ogni mattino, il suo lavoro di sterminio).
Tutto pu? essere banalizzato, figuriamoci il voto. Tanto pi? che il voto non sembra godere di ottima salute (questa non ? una novit?). L?istituto ? sempre stato cagionevole e molti in altri tempi, hanno pensato che fosse ora di abbreviargli la vita.
Ma oggi, come in altri tempi, i problemi veri non sono gli astensionismo, le modalit? del suo esercizio, la maggiore o minore frequenza, il costo? il problema vero ? ovviamente, il suo valore e il suo senso.
Tra il voto e l?esercizio della democrazia c?? sempre stato un divario, ma oggi sembra ristia aprendo un baratro, che non pochi, con maggiore o minore soddisfazione, s?impegnano ad allargare.
L?esercizio della democrazia, come dice la parola, ? l?esercizio della sovranit?, cio? del potere, da parte del popolo. E il potere pu? essere esercitato direttamente o indirettamente. Non ? difficili capire che pi? l?esercizio ? diretto, pi? diventa incerto, debole, vago, Il cittadino Presidente del Consiglio e il cittadino Portiere del Condominio, pur facendo parti entrambi del popolo, hanno una presa sul potere vistosamente diversa e, per una democrazia, intollerabilmente diversa.
A ben guardare la differenza tra i vari schieramenti politici ? tutta qui: nel peso di quel ?intollerabilmente?.
Le elaborazioni teoriche, i dibattiti, gli scontri, le aggregazioni politiche, che nel trascorrere degli anni hanno cercato di dare una risposta a questo problema, trovano nel binomio ?destra e sinistra? una rozza, ma significativa chiave di lettura.
Al di l? della maggiore o minore radicalit?, dell?ambito storico e geografico, del contesto sociale o politico, quando si sceglie (o non si sceglie) tra i diversi schieramenti, non si fa altro che questo: si auspica, si tollera o non si tollera una determinata distribuzione del potere, qualunque sia la motivazione o il complesso di motivazioni che consapevolmente
si adducono.
La storia dell?accumulazione e della redistribuzione del potere si dipana dalla nascita delle civilt? ai giorni nostri: uno sfondo dal quale emerge, di volta in volta, un conseguente livello di dignit? umana.
Il suffragio universale ? stato uno dei tentativi di redistribuzione del potere (anche ?tutto il potere ai soviet? ? stato un tentativo).
In Italia l?accoglienza del suffragio universale maschile non fu calorosissima. Quando nel 1912 Giolitti fece approvare dal Parlamento l?introduzione del suffragio ? cio? del diritto di voto per tutti i cittadini maschi ?, Benito Mussolini, che in quell?anno otteneva la direzione del Partito Socialista Italiano, cos? comment?:?La decadenza innegabile del parlamentarismo italiano ci spiega perch? tutte le fazioni parlamentari ? dalle scarlatte alle nere ? abbiano votato compatte per l?allargamento del voto.  ? il sacco d?ossigeno che prolunga la vita all?agonizzante. Per queste ragioni io ho un concetto assolutamente negativo del valore del suffragio universale, mentre per i riformisti il suffragio universale ha un valore positivo. L?uso del suffragio universale deve dimostrare al proletariato che neanche quella ? l?arma che gli basta per conquistare la sua emancipazione integrale?. Parole sacrosante, peccato che chi le diceva avesse gi? in mente ben altre soluzioni?
Per? ? vero che ogni voto ha un suo senso ed un suo peso. Per rendere sbrigativamente l?idea si potrebbe dire che il significato del voto pu? fluttuare dall?investitura
alla partecipazione. In mezzo ci sono tutte le concrete variabili, che combinano i due elementi estremi.
Votare, in una democrazia, significa usare una parte del proprio potere nella convinzione di poterlo cos? mantenere o incrementare.
Votare un uomo o votare un programma ? cosa diversa.
L?uomo d? sicurezza e con lui ? possibile, teoricamente, esercitare un maggiore o minor vincolo di mandato (pensiamo al ?Contratto?), ma con questo voto affermiamo fiduciosamente l?utilit? del sacrificio di una gran parte del nostro potere. Invece con il programma imponiamo una significativa interpretazione del bene comune. Nel programma, infatti, si indicano, assieme alle cose che si faranno, anche le motivazioni, il senso, la logica e le prospettive di questo fare. ? ovvio che il programma, rappresentando con maggior completezza la volont? di tutti, diventa il veicolo della partecipazione e riduce la lontananza dal potere. Il programma mi rappresenta, l?uomo m?interpreta.
Il programma ? la prospettiva che accomuna e attribuisce pari dignit? a tutti coloro che contribuiscono alla sua realizzazione, l?uomo rappresenta la gerarchia e la netta distinzione. Anzi, pi? l?uomo ? potentemente diverso dagli altri e pi? d? sicurezza, perch? possiede tutto ci? che gli altri non hanno e di cui potrebbero avere bisogno.
Tutto questo ? vero, ma a due condizioni. La prima ? che le motivazioni, il senso, la logica e le prospettive delle cose da fare non siano quelle dominanti, la seconda ? che io non abbia gi? accumulato una quantit? di potere significativamente diversa da quella del resto del popolo. Se una di queste due condizioni non si verifica, il voto ad un uomo ? molto pi? logico ed efficace del voto ad un programma. Per conservare il mondo cos? com?? non ci vogliono grandi motivazioni, ma serve una capacit? d?intervento rapida, efficiente, agile, incisiva: un bel contratto ? sicuramente lo strumento pi? idoneo. Se possiedo una significativa fetta di potere non ho bisogno di quell?incremento di forza individuale che le istituzioni forniscono. La scelta di una persona adatta mi consente di condizionare direttamente la sua forza e di smantellare, o ridurre, le garanzie che vengono agli altri dalle istituzioni.
Questa concezione individualista, gerarchica ed antistatale si ritrova nell?economia.
La collaborazione e l?organizzazione hanno aumentato a dismisura il potere umano.
Se ciascuno compie il proprio dovere secondo inclinazione e possibilit?, tutti se ne avvantaggiano. La potenzialit? raggiunta ? sempre superiore alla somma delle singole potenzialit?.
Chi ha teorizzato le meraviglie della divisione del lavoro ? stato Adam Smith, cio? l?economia classica, la stessa che, paradossalmente, ha canonizzato l?interesse individuale. ?Ciascuno deve essere libero di perseguire il proprio interesse?. Una ?mano invisibile? trasformer? l?interesse individuale in vantaggio collettivo. Questa mano invisibile non ? altro che il mercato con la concorrenza. Ora le domande paradossali sono: ? possibile al tempo stesso collaborare e far concorrenza? Chi deve collaborare e chi far concorrenza? Dove si deve collaborare e dove concorrere? L?equazione assai diffusa, e ripetutamente accolta come indiscutibile, che dice: pi? concorrenza, uguale pi? efficienza, uguale pi? profitto, uguale pi? felicit? per tutti suscita perplessit? crescenti ad ogni successivo passaggio. Anche di fronte a queste perplessit? la logica della collaborazione e la logica della concorrenza distinguono gli schieramenti politici da scegliere.
Aloa?
                                                                                  Shakespeare