di Annalica Casasanta.
fonte: http://ildemocratico.com/
Quando mi è stato chiesto se volessi intervistare Michele Donvito la mia prima reazione è stata quella di declinare la proposta, non mi sentivo pronta per affrontare un caso del genere e soprattutto non avevo idea di cosa chiedere ad una persona che cinque anni fa, per un clamoroso caso di mala giustizia, ha perso suo fratello, Vincenzo Donvito, accusato dell’omicidio di Celestina Commessatti, uccisa nella propria abitazione di Palagiano, in provincia di Taranto , il 14 agosto 1995.

Eppure la persona che mi aspettavo non è quella con la quale ho invece chiacchierato per quasi un’ora, quasi fosse un vecchio amico che non si sente da tempo ma che, appena ritrovato, sia ha l’impressione di non aver mai perso di vista.
Quella che mi aspettavo di sentire era la voce di una persona arrabbiata, a pien diritto, col mondo intero, per tutta la scabrosa vicenda che ha colpito la sua famiglia e non solo, per il silenzio del mondo dell’informazione, per il modo osceno in cui le istituzioni si sono occupate del caso, per l’indifferenza generale di una società, la nostra, forse troppo abituata a storie di questo genere per averne ancora voglia di parlare, eppure mi sbagliavo, perché la voce che dall’altro capo del telefono mi spiega fin nei dettagli una storia che nella sua drammaticità presenta dei tratti assurdi e perfino burleschi, non ha nulla a che fare con la rabbia, né tanto meno con la rassegnazione: è una voce che chiede verità, una voce fiera e coraggiosa che implora di essere ascoltata, non ha importanza da chi, perché ad intervistarlo sono io, giornalista dilettante che di interviste così non ne ha mai fatte, mai.

Ma ripercorriamo la vicenda.

Il nostro giornale si è ampiamente occupato (e di questo siamo fieri) del caso Sebai, il cosiddetto killer delle vecchiette che, tra il 1995 e il 1997 semina il panico tra le anziane di Puglia e Basilicata. Gli omicidi che avvengono sempre con lo stesso modus operandi (le donne coinvolte sono tutte anziane e vengono accoltellate alla gola con un coltello a serramanico mentre le case vengono completamente messe a soqquadro) sono quattordici, quattro dei quali vengono attribuiti a Ben Mohamed Ezzedine Sebai, tunisino, immigrato clandestino, con diversi precedenti penali, tra cui un arresto per rapina e uno per tentata violenza sessuale (in seguito rilasciato per sospensione condizionale della pena).

Pur essendo evidente che si tratti di un omicida seriale altre otto persone finiscono in carcere insieme al Sebai pur dichiarandosi in tutto e per tutto innocenti, tra queste persone c’è anche Vincenzo Donvito, accusato insieme a Giuseppe Tinelli e Davide Nardelli, di aver assassinato Celestina Commessatti. Sebai stesso racconta di aver parlato diverse volte con il detenuto Donvito, perfino tranquillizzandolo perché tutto si sarebbe risolto presto e infatti il 10 febbraio 2006, finalmente, arriva la confessione presso la Procura della Repubblica di Milano: Sebai si proclama colpevole di altri undici delitti (anche della Commessatti) per i quali persone innocenti stanno ancora scontando una pena ingiusta o hanno addirittura già finito di scontarla, peccato però che tale confessione arrivi parecchi mesi dopo il suicidio, presso il carcere di Teramo, di Vincenzo Donvito (21 luglio 2005), il quale avrebbe pagato il suo conto con la giustizia fino al 2017 ma che, fin dagli albori di questa strana storia, continuava a dichiararsi innocente, convinto che presto o tardi, la verità sarebbe venuta a galla insieme al vero colpevole. Sul suicidio del fratello Michele non racconta molto se non che è arrivato inaspettato, “amava molto la vita, non aveva paura di niente”, forse causato da una depressione, eppure anche qui si insinua strisciando un dubbio, per una fantomatica autopsia prima annunciata e poi mai eseguita.

Sulle dichiarazioni di Sebai tante sono state le polemiche, c’è chi addirittura lo ha creduto mitomane, inventore di storie macabre solo per salvare detenuti conosciuti in carcere, eppure il tunisino non ha mai nascosto la sua volontà di voler pagare per quello che aveva fatto, totalmente cosciente dei fatti accaduti anni addietro da ricordarne particolari fin nei minimi dettagli, indicando orari, luoghi, oggetti appartenuti alle vittime, persone, percorsi compiuti e quant’altro. In seguito alla sua confessione il caso finalmente viene riaperto ma, ed è questo il vero tasto dolente, dichiarazioni simili il Sebai le aveva già fatte, nel lontano 1999, invano diremmo, perché non fu creduto e venne liquidato senza troppi giri di parole come un mitomane senza neppure essere sottoposto a perizia psichiatrica.

Quante vite sarebbero ancora salve se già nel 1999 si fosse agito in maniera diversa?

Certo il prezzo più alto lo ha pagato Vincenzo Donvito ma altre persone stanno pagando col carcere per reati dei quali non hanno colpe.

Il 6 maggio 2008 i difensori dei vari detenuti congiuntamente al difensore di Sebai, l’avvocato Luciano Faraon (fondatore dell’ANVEG, Associazione Nazionale Vittime Errori Giudiziari, nata proprio in seguito ai fatti in questione) si sono persino rivolti al Presidente della Repubblica, invocandone l’aiuto affinché persone ingiustamente condannate potessero ottenere quantomeno una sospensione della pena in attesa che la lentissima giustizia italiana giungesse ad una conclusione.
Ma nulla si è mosso finora, almeno nei piani alti.
Le persone invece, non smettono di lottare e così i parenti dei detenuti, insieme coi loro avvocati, stanno affrontando da soli i costi di un processo che si prevede durerà ancora molto.
Finalmente, qualche giorno fa, una buona notizia dal Tribunale di Foggia: dalla perizia psichiatrica (finalmente!) eseguita su Sebai, risulta l’assoluta attendibilità del reo confesso; qualcosa si sta muovendo ma la strada per ottenere giustizia è ancora irta di ostacoli. Non me la sento di chiedere a Michele Donvito se ha ancora fiducia nella giustizia italiana, immagino e comprendo la sua risposta, e infatti quando inavvertitamente mi sfugge un commento su di essa Michele risponde: “Come faccio a credere… non ci credo più, anche perché la sensazione è che non ne vogliano più parlare di questa storia”.
Noi però ne parliamo e la seguiremo sempre da vicino, in attesa del ricorso d’appello previsto a gennaio, affinchè Donvito, che lotta per far chiarezza sulla vicenda di suo fratello, e tutte le persone che sono vittime di errori giudiziari spesso irreparabili, possano tornare a credere nella giustizia, perché la verità non si deve mai smettere di cercarla.

Di Life

Libero da ogni schema e appartenza di pensiero. Tutto cio' che non conosco nutre la mia vita. Nel momento che riesco a capirmi... ho gia' fatto un altro giro!

Lascia un commento