Cultura,  Palagiano,  Penso percio' racconto...

Grazie Maestro

Ho appena terminato di leggere un libro di straordinario valore,uno di quelli
che rimangono dentro e che ti fanno capire il peso
ed il valore che alcuni testi hanno rispetto all’arricchimento culturale,ma
anche  psicologico . L’autore è il Maestro Michele Orsini. Mio
carissimo amico da  quando ho l’onore di servirlo nel mio negozio. Il  titolo
dell’opera è:”Memoria Storica Del Nostro 900″. E’, a dir poco,  un eccezionale
lavoro svolto con meticolosa precisione e passione sulla storia di Palagiano e
dei  palagianesi, dagli inizi alla fine del secolo scorso. Un’ opera  che
impressiona anche per la ricchezza  delle numerosissime testimonianze dei
nostri compaesani che hanno vissuto ,senza ombra di dubbio, il secolo più
rivoluzionario e tragico nella storia dell’umanità. Testimonianze che
illuminano un percorso letterario dettagliatissimo, riferito ad ogni aspetto
della nostra comunità: politico,sociale,culturale. Mentre leggevo non potevo
evitare di essere risucchiato in quelle atmosfere suggestive per sentirne gli
odori,i colori e i suoni. E’stato come entrare in una  macchina del
tempo , per essere catapultato in uno spazio-tempo lontano
anni luce: i primi anni del novecento erano molto più vicini al medioevo di
quanto non lo sono stati rispetto al nostro quotidiano. Non c’era nulla di
quello che ci “conforta” attualmente: l’energia elettrica,i mezzi di trasporto,
le infrastrutture,la tecnologia, l’abbondanza di beni di consumo e quant’altro. Mancava
finanche il polo industriale più grande e pernicioso d’Europa,l’inquinamento a
trecentosessanta gradi,il buco dell’ozono,i buchi nei conti pubblici,i buchi
psicologici. Eravamo un popolo,  siamo diventati un gruviera. Leggere queste
pagine è una sorta di psicoterapia perché fa bene “respirare”la dignità
dei nostri padri.E’  motivo d’ orgoglio  appartenere ad un popolo di persone
coraggiose, di grandissimi lavoratori, di gente che ha vissuto disagi estremi senza
mai tirarsi indietro e senza mai sottrarsi al proprio dovere nonostante la
durezza di una vita umilissima e spesso ai limiti della sopravvivenza. Famiglie
numerose alle quali mancava quasi tutto, ma non il rispetto per gli altri, nè
tanto meno quello verso se stessi. Pagine intrise del lavoro duro,soprattutto
da bracciante agricolo, che svolgeva la stragrande maggioranza dei palagianesi,
dall’alba al tramonto nei terreni del feudo per 2 lire al giorno.Negli anni trenta un kg
di pane costava un soldo in meno. Un mondo quasi selvaggio in cui di primo mattino,
prima ancora che il sole si levasse, passava Carluccio con il suo asino, il suo
carro-botte e la trombetta per avvisare le donne che era arrivato chi si
occupava della raccolta dei “Rifiuti umani della notte”. Donne che in un silenzio quasi irreale uscivano da casette essenziali
e portavano i “cantr”(vasi da notte) olezzanti e i secchi d’acqua sporca che
Carluccio, con il suo volto inespressivo, svuotava nel carro per poi riversarli nelle aree coltivate limitrofe al paese. Una comunità in
cui tantissimi  bambini smettevano di andare a scuola per lavorare e
contribuire al bilancio familiare poverissimo. Gente avvezza da secoli alla
sopportazione, a tirare avanti tra sacrifici d’ogni genere, dominata da sempre
dall’autorità feudale e padronale perciò fatalista e pessimista. Ogni persona
di buon senso dovrebbe sentire l’irrefrenabile bisogno e dovere della conoscenza storica del luogo in cui è nato,
per dare consistenza,dignità e coerenza al proprio bagaglio culturale. Avere il
senso della storia rende l’individuo necessariamente più responsabile. Michele
è un uomo a cui tutti noi palagianesi dovremmo rendere grazie per questo
autentico e inestimabile  dono . Non è un libro storico qualsiasi perchè, le sensazioni che evoca, mi fanno venire in mente quelle serate d’inverno in cui
,davanti al fuoco di un camino,  i nonni ci raccontano la loro giovinezza ed il
loro vissuto con quel fascino tipico della loro età. E’ tutt’ altro che noioso,
come potrebbe apparire data la materia trattata, si sa i libri storici a volte
sono un tantino pesanti ,ma questo libro,vi assicuro, lo si legge tutto d’un
fiato. Quando qualche giorno dopo aver ricevuto il libro dissi al Maestro che
leggevo il capitolo della seconda guerra mondiale, rimase perplesso, tant’è che
con noncuranza mi fece qualche domanda per verificare se dicevo  la
verità. Gli sarà sembrato improbabile che in pochissimi giorni ,due o tre,
avessi letto circa duecento pagine,infatti non è mia abitudine proprio
perché non accade spesso che un’opera mi impressioni favorevolmente fino al
punto di leggerla con tanta avidità. La signora Pasquale Rosa Resta racconta
,nel libro, di aver novant’uno anni  e di essere andata a lavorare in campagna sino a qualche anno prima
nonostante l’incredulità dei padroni, che la vedevano destreggiarsi  come e quanto le
colleghe più giovani. C’era andata sin da piccola, facendo ogni tipo di mestiere e
usando persino la zappa.  Ci andava con i suoi genitori che, per la pausa di
mezzogiorno, portavano pane e fave arrostite. Il pane lo davano ai figli e
quando Rosa chiedeva loro perché mangiassero soltanto le fave ,lasciando il pane,
si sentiva rispondere che dipendeva dal fatto che avevano poca
fame. In realtà la fame era tanta ed era un’amara abitudine, ma l’amore per i
figli li spingeva a dissimularla perché il pane era poco e quel poco era
giusto che lo mangiassero loro. Quando ho letto, questa e altre
testimonianze toccanti, non ho potuto evitare la commozione.
Se penso alla vita dei nostri giovanissimi compaesani e più in generale a
quella che vive il ragazzo occidentale, e la confronto con quella di quei
ragazzi, non posso evitare di prendere atto  che abbiano perduto,ma non solo
per effetto di una vita troppo agiata, tanto e sotto molti aspetti.
Quello più evidente riguarda quell’atteggiamento responsabile, da adulto, a cui
loro da subito approdavano al contrario dei nostri  che rimangono
infantili troppo a lungo. Certamente loro erano costretti dal bisogno che non ammetteva repliche,ma questo non significa che in mancanza di costrizioni si deve rimanere irresponsabile a tempo indeterminato. Siamo diventati un popolo d’insoddisfatti e
insofferenti,sempre pronti alla lamentela e alla critica spesso cinica e fuori
luogo, un popolo aggressivo e animato da diffidenza reciproca. Chissà cosa
penserebbero i nostri compaesani dei primi anni del secolo scorso dei
quarantenni d’oggi e dei nostri figli,li dove la differenza negli atteggiamenti
psicologici non è poi cosi evidente: sembriamo una generazione di (ragazzi) che
non ha nessuna voglia di fare da genitore a figli  sempre più ribelli e
incontrollabili .Cosa direbbero della difficoltà che incontriamo con i nostri
“adorabili” figlioli, quando a pranzo non sappiamo a che santo votarci per non
sentire le lamentele su quello che le madri(sudando sette camicie) hanno
preparato,mentre loro avevano menù monotematici. I miei clienti castellanetani
mi dicevano:” Mio figlio? Questo vuole, questo non vuole!” .La crisi
economica che stiamo subendo, sotto quest’aspetto ben venga, forse i nostri ragazzi
con le tasche e la pancia vuote probabilmente metteranno un po’ di giudizio. Credo che gli effetti  della recessione  economica torneranno utili al ridimensionamento di alcuni aspetti negativi della nostra civiltà, ma  ci vorrebbe un articolo a parte per parlarne in modo esaustivo.
Libri del genere dovrebbero farci prendere coscienza della realtà per provare a
cambiarla attraverso la rivalutazione ed il recupero di quel che di buono si è
perduto.   Abbiamo bisogno di esplorare le nostre radici, non fosse altro per
il gusto di comprendere chi eravamo e cosa siamo diventati, cosa avevamo nella
sostanza, nonostante la durezza della vita, e cosa abbiamo perso inseguendo l’
illusione sterile di un benessere materiale che da solo,evidentemente, non è
bastato a renderci felici. Amiamo sempre di più gli oggetti per colmare quel
vuoto spesso inconscio, un vuoto quasi incolmabile se non da legami
superficiali contraddistinti dall’egoismo e l’egocentrismo .
Questi nostri rapporti umani moderni rimangono,tutto sommato,freddi e
insoddisfacenti. Allora bastava guardarsi negli occhi per capirsi e venirsi
incontro,adesso se speri che il tuo disagio possa essere compreso,se credi che
gli altri possano sostenerti,perché è giusto ,perché è umano,rimani deluso
amaramente. Persino l’amore fraterno è diventato impalpabile. Per non parlare “Dell’invidia che uccide più dei proiettili” diceva Roberto Saviano in un suo articolo qualche anno fa. A causa di quest’ odioso sentimento soffochiamo le nostre  migliori
risorse umane . Il nostro Ego ipertrofico difficilmente sopporta  che il fuoriclasse di turno
abbia e possa conquistare il centro dell’attenzione. Ignorando o
ridimensionando i meriti e le qualità del soggetto facciamo di tutto per
sminuirlo, per evitare che si separi dalla  mediocrità in cui  noi altri ci
sentiamo “felici”. Per non parlare della spontaneità nei rapporti che s’è
notevolmente ridimensionata:  ci conosciamo da sempre, ma rimaniamo abbastanza
formali. Inviti nelle proprie dimore lussuose ad amici o parenti neanche a
parlarne,ma scherziamo?  Le nostre case eleganti, con i nostri mobili
immacolati, devono rimanere come il primo giorno in cui le abbiamo abitate:
piene di oggetti non vissuti. Gli amici dei nostri figli? “Vedetevi fuori,in
casa non voglio nessuno!”, ordina, senza ammettere repliche, la madre moderna
ai propri figli. Infatti loro s’ incontrano fuori e sono tantissimi, almeno
in questo non ci siamo allontanati tanto dai nostri padri. Dal punto
di vista demografico siamo in netta controtendenza con i dati nazionali. E’
bello vederne tantissimi, in giro per il paese in bici o a piedi a differenza dei genitori che abusano nell’uso dell’automobile ignorando il danno  all’ambiente già pesantemente compromesso dal polo industriale su citato.  E mi piace pensare che anche da adulti sapranno conservare le attenzioni utili che a scuola(in famiglia meno evidentemente)hanno imparato grazie alle indicazioni di docenti e dirigenti sensibili all’ambiente e alla sua protezione. E’ invece decisamente meno confortante  vederli, a volte, con una
bottiglia in mano nei bar e sapere che alcuni di loro fanno uso di sostanze stupefacenti. Sembra,purtroppo, che qui da noi,in linea
con il dato  nazionale, ci sia un consumo  di droga preoccupante. Spero
tantissimo  che si tratti di malelingue che esagerano,anche perché  queste
abbondano. “U tagghjamjjint”, nonché l’inclinazione radicata al pettegolezzo è uno dei nostri tratti
distintivi peculiari. Amiamo ridere delle “disgrazie” del prossimo e se non ci sono sappiamo inventarle, non c’è problema! Sicuramente lo si fa per ridere in compagnia e non per la cattiveria fine a se stessa, ma le spese le fa sempre qulcun’altro, che spesso rischia di essere considerato per quel che in realtà non è. Michele mi diceva che questa nostra abitududine aveva anticamente  una forte connotazione negativa, perciò vi era  una  precisa volontà demolitiva verso quel povero cristo che incappava tra le “forbici” affilate del gruppo di palagianesi  che ,alla sera, specie d’estate, seduti fuori al fresco,alla luce fioca di una lampada ad olio, si raccontavano i fatti del giorno.
Vorrei porre l’accento a favore di questo nostro popolo
che vuole e sa elevarsi culturalmente, facendolo con risultati notevoli. E’ già da una decina d’anni che stiamo assistendo ad un’escalation
vera e propria. Palagianesi,sempre più numerosi, che attraverso l’associazionismo realizzano  eventi
straordinari per questo nostro paese, da sempre in uno stato di letargia culturale.
Abbiamo il teatro comunale intitolato al pontefice più importante ,secondo me, della storia della Chiesa: Karol Wojtyla. A sottolineare il nostro attaccamento ai valori cristiani mai venuto meno,nonostante i numerosi attacchi esterni ed interni alla Chiesa. Le chiese di Palagiano sono da guinnes dei primati per l’affluenza massiccia e in crescita costante. Ma,  a proposito di cultura,dicevo,  abbiamo compagnie teatrali nostrane e altre, di levatura internazionale, che stanno dando vita ad una splendida realtà rendendo il nostro paese  un vero fenomeno agli occhi increduli di chi ci ha sempre considerati figli di un Dio minore. C’è stato inoltre,
già da qualche anno,  un exploit di scrittori  davvero sorprendente .Insomma niente male per
una comunità a forte vocazione agricola,che nel 1901 contava 4236 anime di cui la stragrande maggioranza analfabeta.
Vorrei terminare con l’invito rivolto a tutti i miei compaesani di cercare e godersi questo libro. Credo che un libro cosi familiare
possa contribuire, in chi legge con  inevitabile passione queste pagine,
all’approfondimento culturale e soprattutto alla rivalutazione di quel sentimento
di appartenenza,di rispetto e di solidarietà verso persone che affondano le
loro radici, intrecciate alle nostre, nello stesso fazzoletto di terra; persone
che calpestano lo stesso suolo e guardano lo stesso cielo;persone che ci
appartengono più di quanto la nostra sensibilità,alterata dal “progresso”,
possa e voglia farci
comprendere.

Gisonna Gabriele

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