Fonte: http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it

di VITO ANTONIO LEUZZI

Il diffuso desiderio di rendere testimonianza del destino degli ebrei scampati allo sterminio nazista è uno degli aspetti più interessanti connessi alle diverse iniziative del «Giorno della memoria». Diari, lettere, testimonianze irrompono nella produzione editoriale e sulle pagine culturali di quotidiani, di settimanali e di trasmissioni televisive, alimentando un vero e proprio laboratorio della memoria che conferisce alla Shoah qualcosa di incomparabile ed unico.

In Puglia dopo l’8 settembre 1943, si determinò una situazione per certi versi unica nel contesto di una Europa ancora in guerra. Iniziarono infatti ad affluire dagli ex campi di internamento fascisti e dall’altra sponda dell’Adriatico, ebrei jugoslavi e di diverse altre nazionalità (soprattutto famiglie in fuga dal terrore nazista che dilagava nella penisola balcanica). Nei campi profughi allestiti in provincia di Bari e nel Salento, si ricostituirono comunità ebraiche, alimentate – soprattutto dopo la fine della guerra – dall’arrivo di migliaia di sopravvissuti dai «campi di morte» hitleriani. Gli ebrei si organizzarono per favorire l’emigrazione verso la Palestina e, al contempo, per dare un contributo attivo alla guerra di liberazione contro il nazifascismo.

È importante all’uopo ricordare la straordinaria vicenda di Enzo Sereni, fratello di Emilio (storico ed esponente del Pci), emigrato in Palestina negli anni Venti, che si trasferì a Bari nei primi mesi del 1944 per organizzare la partecipazione degli ebrei alla resistenza italiana. Nell’estate del 1944 si fece paracadutare a Nord di Firenze. Venne, però, catturato dai tedeschi e deportato a Dachau, dove morì il 18 novembre di quell’anno. La vicenda di Sereni e dell’emigrazione ebraica è raccontata da Ada Sereni, sua moglie, che continuò in Puglia nel 1945 l’opera del marito, in un bellissimo libro, I clandestini del mare. L’emigrazione ebraica in Terra d’Israele dal 1945 al 1948, ristampato recentemente dalla Mursia. Vicenda analoga a quella di Sereni è quella di Claudio Paggi, un giovanissimo ebreo fiorentino che dopo l’8 settembre 1943, raggiunse la Puglia assieme a Franco Luzzatto e a tanti altri giovani ebrei slavi che provenivano da diversi campi di internamento italiani, tra cui le isole Tremiti, per arruolarsi nelle brigate jugoslave d’oltremare e partecipare alla lotta contro i nazisti che imperversavano nella penisola balcanica. Il «Plotone Speciale» ebraico, che partì da Monopoli per la Jugoslavia alla fine del 1943, dopo aver tentato di difendere l’isola di Korçula fu decimato. Claudio Paggi con altri suoi compagni sbarcato sulla costa dalmata, iniziò un difficile cammino attraverso le alte montagne della Bosnia centrale. «In quella zona – si legge nella ricostruzione di Elena Paggi, Claudio Paggi. Una storia ritrovata, Anpi 2003 – non sono solo i tedeschi il pericolo, essi hanno un altro valido alleato, il tifo petecchiale e le pessime condizioni igieniche, le luride capanne dove si dorme, mentre il fisico è sempre più debilitato dalla fame e dalla stanchezza, gli saranno fatali».

Dopo la liberazione di Auschwitz finì nel campo profughi di Torre Tresca, a Bari, anche Yacov Laskier, padre di Rutka, una ragazza spedita nelle camere a gas all’età di 15 anni, assieme al fratellino più piccolo e a sua madre. Il diario segreto di Rutka, che questa «altra Anna Frank» aveva lasciato in custodia a un’amica cattolica prima di essere deportata nel campo di sterminio, è stato ritrovato e pubblicato l’anno scorso (Il «Diario» di Rutka, edito da Bompiani). Il padre di Rutka dopo la permanenza in Puglia, riuscì a raggiungere Israele alla fine del 1947, raccontando solo dopo sessant’anni la terribile vicenda di tutta la sua famiglia.

Il diario di Rutka, ora, è famoso in Polonia ed in diversi altri paesi europei e viene letto nelle scuole. Tra le diverse e drammatiche vicende degli ebrei stranieri scampati alla Shoah e approdati in Puglia assume particolare rilevanza «l’odissea» di Zygmunt Kelz, ricostruita recentemente in una interessante e compiuta ricostruzione dal figlio Bernardo Kelz e da Josè Mottola in Dai Carpazi alle Murge (Bastogi ed., 2008). Zygmunt – che svolgeva la professione di medico dentista assieme alla moglie Sara nei pressi di Varsavia – riuscì a sottrarsi ai rastrellamenti dei nazisti che riuscirono, però, a deportare la sua famiglia nei campi di morte. Dopo diverse traversie, nell’autunno del 1940, approdò nel porto di Haifa. In Palestina chiese di partecipare con le formazioni d’assalto «Pamach» ( unità speciali per combattere le forze nazifasciste), alla liberazione di Baghdad, nell’ambito della campagna irachena organizzata dagli inglesi ed infine si arruolò nella brigata autonoma «Fucilieri dei Carpazi», costituita da migliaia di polacchi fuggiti dalla loro patria. Con una nave militare inglese il reparto di Kelz giunse nel porto di Taranto l’ultimo dell’anno del 1943, fissando la propria dimora in una masseria nelle immediate vicinanze di Palagiano prima di essere trasferito sul fronte di Montecassino. Il medico dentista venne assegnato al convalescenziario militare polacco che aveva sede a Noci, nella scuola elementare «Positano». Dopo aver perduto ogni speranza di ritrovare vivi sua moglie, suo figlio, i suoi genitori ed i fratelli, la «Murgia dei Trulli» rappresentò per Kelz, alla fine della guerra, l’inizio di una nuova vita. Nel 1946 sposò una maestra di Noci, Dina De Caro. Ma il suo inserimento nella vita nocese e barese (svolse anche la sua attività di medico dentista nel capoluogo pugliese) non fu facile, per le infinite trappole burocratiche dello Stato italiano. Zygmunt come si legge in questa puntuale ricostruzione biografica «si spense ottantasettenne nella sua villa sulle colline di Noci il 27 luglio 1994, stroncato dall’ennesimo insulto cardiaco».

di VITO ANTONIO LEUZZI

Di Life

Libero da ogni schema e appartenza di pensiero. Tutto cio' che non conosco nutre la mia vita. Nel momento che riesco a capirmi... ho gia' fatto un altro giro!

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