Ronald Coase: diritto di proprietà e tutela dell’ambiente

di Diego Menegon

Uno dei tanti meriti di Ronald Coase è quello di aver dimostrato come si possa ricorrere ad un approccio di mercato, fondato sui diritti di proprietà, per offrire una soluzione efficace alla tutela dell’ambiente.

Prima della pubblicazione dell’articolo “The Problem of Social Cost”, a firma di Ronald Coase, nell’ottobre 1960, il tema delle esternalità negative di un’impresa era stato trattato applicando gli strumenti di analisi elaborati da Arthur Cecil Pigou, autore di The Economics of Welfare.

Le soluzioni a cui questi conducevano, sulla base della divergenza tra profitto privato e costo sociale derivante dall’esercizio dell’impresa, si sostanziavano nella presunta necessità di tassare l’attività inquinante (imposte pigoviane), in modo da socializzare parte del profitto e disincentivare lo svolgimento dell’attività, oppure la fissazione per legge di divieti e standard ambientali.

Le conclusioni non potevano dirsi soddisfacenti per Coase, che evidenziava come le decisioni conseguenti (divieti, standard o imposte) non erano fondate su un corretto contemperamento e una adeguata valutazione degli interessi in gioco.

Anziché chiedersi come si possa evitare che un’impresa rechi un danno a una comunità con le sue emissioni, occorre domandarsi come mettere a confronto e regolare il rapporto i soggetti coinvolti, per rendere possibile e conveniente la loro coesistenza sul territorio.

Coase porta il caso di un pastore che attraversa con il proprio gregge un terreno coltivato. Il danno che reca al raccolto, per ipotesi, è inferiore al costo di una recinzione che impedisca l’accesso all’allevatore. Secondo Coase, l’agricoltore e l’allevatore hanno tutto l’interesse a pervenire ad un accordo economico. Il primo può, infatti, riconoscere al secondo un ristoro nella misura in cui il danno causato è inferiore al profitto che ricava dall’attraversamento del terreno.

Tutte le attività e tutti gli usi di un suolo comportano un’utilità all’utilizzatore. Le interferenze tra due attività possono essere risolte dai proprietari ponendo a confronto l’utilità che le parti ricavano.

Un’esternalità negativa reca un pregiudizio al valore dei diritti di proprietà dei soggetti che la subiscono. Prendiamo le esternalità più comuni di uno stabilimento: il rilascio di fumi in atmosfera e il rumore. Entro un certo grado di emissioni e inquinamento acustico, tuttavia, i proprietari che le subiscono possono trovare soddisfacente un accordo che riconosca ad essi una somma di denaro; d’altro canto, anche l’imprenditore verserà di buon grado una somma fintantoché lo svolgimento dell’attività, nelle condizioni di esercizio pattuite, renderà più di quanto dovuto ai residenti con i quali l’impresa interferisce. L’equilibrio, ossia la quantificazione delle esternalità negative ammesse e la somma riconosciuta a chi le subisce, sarà tale per cui un maggior grado di inquinamento non sarà tollerata dai residenti se non dietro un compenso che all’imprenditore non conviene più corrispondere in quanto superiore all’utilità marginale derivante dalla possibilità di rilasciare una quantità superiore di emissioni.

A un benpensante può sembrare politically uncorrect un approccio di questo tipo, che sembra mercificare il diritto all’ambiente. Eppure è assodata la necessità di far convivere attività che possono interferire tra loro, allevamenti e terreni agricoli, la pesca e il trasporto marittimo, bar e condomini, fabbriche e case private.

Vietare l’una o l’altra non è possibile. Le soluzioni che implicano un intervento pubblico non sono, del resto efficienti. Non sono, infatti, basate su informazioni essenziali quali l’utilità che i soggetti traggono dall’esercizio della propria attività.

Secondo Coase, se i fattori di produzione sono considerati diritti, diventa più facile capire che il diritto a fare qualcosa con effetti dannosi è anch’esso un fattore di produzione e dunque ha dei costi e dei limiti.

Uno dei limiti della teoria di Coase è il fatto di non considerare gli effetti globali dell’inquinamento e i conseguenti costi di transazione. Paradossalmente, si ritiene che proprio il Protocollo di Kyoto, adottato per affrontare con un approccio globale la questione ambientale, sia in qualche modo ispirato alle intuizioni di Coase. Sicuramente l’istituzione di un meccanismo di scambio delle emissioni di CO2 contiene elementi di mercato che rispondono alle logiche illustrate dall’economista, incentivando le tecnologie più efficienti e l’ottimizzazione delle quote da parte dei possessori. Le uniche pecche sono la determinazione per via politica dei quantitativi scambiabili, che non necessariamente rispondono all’ottimo, e la totale trascuratezza della maggiore o minore incidenza delle esternalità negative sui singoli individui.

Le migliori opportunità di applicazione delle teorie di Coase si riscontrano, invece, su piccola scala, ad un livello in cui è possibile la negoziazione dei diritti di proprietà tra individui per la reciproca soddisfazione dei propri interessi. Anche se applicato su piccola scala, i risultati conseguibili su scala globale potrebbero essere migliori di quelli raggiungibili attraverso i tradizionali strumenti di politica ambientale.

A questo livello è ancora di gran lunga più diffuso un approccio “command and control” che comprime la libertà di iniziativa senza per questo tutelare il diritto di proprietà esteso alla qualità dell’ambiente salubre né impedire il sorgere di fenomeni NIMBY volti a contrastare la realizzazione di impianti e opere con un impatto sull’ambiente, per quanto capaci di creare valore.

http://www.leoniblog.it/2013/09/09/ronald-coase-diritto-di-proprieta-e-tutela-dellambiente/

Di Life

Libero da ogni schema e appartenza di pensiero. Tutto cio' che non conosco nutre la mia vita. Nel momento che riesco a capirmi... ho gia' fatto un altro giro!

4 pensiero su “In ricordo di Ronald Coase, pensando all’Ilva”
  1. La stesura di Mimmo Forleo non è tanto facile da comprendere, essendo anche un argomento di per se complesso, poi con tutti i termini in inglese inseriti, diventa ancora più difficile. comunque, la cosa principale è quella che il sig. COASE voleva, cioé “disincentivare l’insediamento di tali attività” con “imposte pigoviane” (?). Non ci riuscì!. Altrimenti noi non saremmo quì a discutere. Pertanto non ci resta che leccarci le ferite.

    1. Caro Roberto, l’articolo non è mio ma di Diego Menegon. Io mi sono limitato a proporlo ai lettori di Palagiano.net poiché ritengo che il discorso coasiano ben si sposi con la realtà nella quale viviamo.

      Semplificando, Coase afferma(va) l’esatto contrario di quanto a suo tempo sostenuto da Pigou. Per Pigou, l’unica maniera affinché possa darsi un “limite” all’espansione di produzioni nocive alla salute e all’ambiente, consiste nelle “imposte pigoviane”: tassare, anche pesantemente, l’impresa inquinante e “redistribuire” il ricavato sul territorio. A mo’ di compensazione per quanti ci vivono in quel territorio e subiscono il danno derivante dalle emissioni nocive dell’impresa.

      Il discorso pigoviano, ai suoi tempi, sembrava non fare una grinza. Ma dobbiamo considerare che ai tempi in cui Pigou lo elaborò, primo decennio circa del ‘900, lo Stato non aveva ancora assunto le dimensioni e le caratteristiche che avrebbe assunto di lì a poco. Grazie alla teorizzazione di Keynes prima, e alle realizzazioni di singoli governanti (Lenin e Stalin in Russia, Mussolini e Hitler in Italia e Germania, Roosevelt negli USA) poi. In altre parole, lo Stato “imprenditore” non era ancora nato e non si aveva neppure sentore della sua nascita.

      Con la nascita dell’industria statale il discorso pigoviano cominciò a mostrare per intero i propri limiti. Nel caso dell’Ilva – la prima Ilva, quella detenuta dall’IRI, ad esempio, quale “limite” alla espansione produttiva (e quindi inquinante) avrebbero potuto stabilire le imposte pigoviane? Ti risulta credibile uno Stato che “tassa” se stesso per porsi un limite? Non sembra anche a te che, alla fine, tutto si risolverebbe in una partita di giro? Lo Stato che preleva dalla propria tasca destra il denaro che andrà a depositare nella propria tasca sinistra.

      La “rivoluzione” coasiana, allora, consistette nel comprendere che il vero ostacolo alla crescita delle industrie inquinanti non poteva essere la tassazione, bensì il “ritorno” al diritto privato, di contro al chiaro fallimento del diritto pubblico di matrice statalistica. Quest’ultima tesi, però, non è coasiana ma appartiene a Rothbard.

      Per concludere, ammesso che la mia “spiegazione” sia risultata chiara, oggi dovremmo riconoscere che, se ci troviamo nelle condizioni in cui siamo, la colpa non è di Pigou e tantomeno di Coase; purtroppo scontiamo, da una parte, il prezzo dovuto a una crescita abnorme dello Stato e, dall’altra, la profonda non-conoscenza di leggi dell’economia da parte della nostra magistratura. Leggi che, nel resto del mondo e in particolare in quello anglosassone, costituiscono l’Abc della cultura giuridica da svariati decenni, ormai.

      Mimmo Forleo

  2. Caro Mimmo, non ho dato la colpa al sig. Coase o ad altri, ne tanto si può parlare di “non-conoscenza”, perché nel 1960 (circa), ricordo, qualcuno di sinistra non era favorevole all’installazione di tale industria nella nostra zona, ma non fu ascoltato!!.

    1. È chiaro, Roberto, che non stiamo incolpando nessuno. Il discorso qui è economico e in economia non esistono “colpevoli” e incolpevoli”; semmai possiamo tirare in ballo una maggiore o minore consapevolezza delle leggi economiche, ma non mi sembra – ammesso che negli anni ’60 vi fosse qualcuno tra loro che si sia opposto alla nascita dell’Ilva – che tale consapevolezza potesse appartenere alla sinistra.

      Stiamo parlando della stessa sinistra che si era opposta anche alla riforma agraria, perché contraria a ogni riforma che non prevedesse la distribuzione delle terre alle sole cooperative? Se è di quella sinistra che stiamo parlando, quale motivo avrebbe addotto per dirsi contraria a una operazione industriale fatta in nome e sotto l’egida dello Stato? Lo stesso Stato da essa idolatrato.

      Tra l’altro, ho accusato soltanto la magistratura di mancata conoscenza delle leggi dell’economia. Avrei potuto fare altrettanto indicando politici e semplici sudditi dello Stato, ma ho preferito così per via di una ragione banale: abbiamo l’unica magistratura al mondo che si permette il lusso di bacchettare il legislatore ogniqualvolta questi non risponde ossequiosamente ai suoi imperativi. Cosa o chi le avrebbe impedito di “suggerire” al legislatore che la via intrapresa in campo giuridico-economico risulta essere anacronistica e sballata, se non – ripeto – una profonda non-conoscenza delle leggi economiche?

      Mimmo Forleo

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