LE DUE ANIME DELL’OBBEDIENZA

LE DUE ANIME DELL’OBBEDIENZA

15 Dicembre 2011 0 Di Life

 

“… In segno di rispetto di fronte all’autorità ci si deve togliere solamente il cappello; e non anche la testa!…”

 

di Cleto IAFRATE

 

 

SOMMARIO: 1. Introduzione – 2. Considerazioni dell’autore – 3. Riferimenti storici – segue: Il testo della lettera di Don Lorenzo Milani ai cappellani militari toscani.

 

 

1. Introduzioni

 

Il 15 dicembre del 1972 è stata varata la legge nr. 772/72 sull’obiezione di coscienza, cosiddetta “Legge Marcora”. Prima di allora in Italia l’obiezione di coscienza era trattata alla stregua della diserzione (rifiuto di proseguire il servizio di leva) oppure della renitenza (mancata presentazione alla leva).

Per obiezione di coscienza, in generale, si intende il rifiuto di assolvere ad un obbligo di legge. L’obiettore esercita il suo diritto (a disobbedire) in coerenza con le sue convinzioni ideologiche, morali o religiose e si assume personalmente le conseguenze civili e penali che derivano dal suo comportamento.

Il primo grande obiettore di coscienza di cui si conosce il nome è San Massimiliano. Secondo quanto stabilito dalla legge romana nel II secolo d.C. il servizio militare era obbligatorio per tutti i figli dei graduati. Massimiliano, pur essendo figlio di un veterano, si rifiutò di arruolarsi nell’esercito romano; per tale ragione nell’anno 295 d.C. all’età di ventun anni venne condannato a morte e giustiziato. Dagli atti del processo si legge chiaramente che si rifiutò di fare il servizio militare per ragioni di coscienza.

In Italia, prima della legge Marcora, si sono svolti diversi processi penali nei confronti di altrettanti obiettori cattolici. A metà degli anni sessanta ci furono forti prese di posizione in favore dell’obiezione di coscienza; ne scaturì un lungo ed acceso dibattito che culminò nel varo della legge “Marcora”. Essa offriva la possibilità di optare per il servizio civile, in alternativa al servizio militare obbligatorio; dal 2005, con la sospensione della leva obbligatoria, risulta sospesa anche l’opzione del servizio civile.

La miccia che innescò il dibattito nel Paese fu una lettera aperta scritta da un sacerdote di periferia, Don Lorenzo Milani, in risposta ad un documento approvato nel corso di un congresso da alcuni cappellani militari.

Il documento definiva l’obiezione di coscienza come  una espressione di viltà.

Prima di riportare il testo della lettera, ritengo opportuno esprimere alcune considerazioni in merito al concetto di obbedienza in generale.

 

2. Considerazioni

 

L’obbedienza è un valore oppure un disvalore? E’ una virtù oppure è un vizio?

La domanda non è di facile risposta.

Ritengo che l’obbedienza abbia due anime; pertanto il concetto di obbedienza è ambiguo come valore (per un approfondimento vedi qui).

 

  1. C’è un’obbedienza libera e consapevole che onora ed eleva la persona; si tratta dell’obbedienza di chi esegue allo scopo di servire gli altri, per rispondere ai loro bisogni. Tale obbedienza esalta e valorizza la coscienza. Di fronte a questo tipo di obbedienza, l’obiezione appare come un’obbedienza superiore, perché si pone al di sopra dell’obbedienza a qualsivoglia autorità, comando, legge, consuetudine. In altre parole, chi obbedisce alla sua coscienza, da ascolto a Dio che gli parla attraverso di essa.

Questa forma di obbedienza è sicuramente una virtù.

 

  1. C’è, però, anche un’altra forma di obbedienza. Si tratta dell’obbedienza di chi rinuncia a pensare, ad ascoltare la propria coscienza. E’ l’obbedienza di chi anestetizza la propria coscienza al fine di star comodo e semmai comandare; costui si sottomette e obbedisce al potente, del quale vorrebbe condividere e magari poi rapire la forza,  finendo per essere passivo, a volte complice. I primi a disprezzare questa forma di sottomissione sono proprio i destinatari della stessa, che, però, l’accettano per opportunismo.

Questa forma di obbedienza servile, comoda ed ignorante è certamente un vizio.

 

Con una frase ad effetto, si può dire che di fronte all’autorità ci si deve togliere solamente il cappello; e non anche la testa!

Ogni fondamentalismo religioso, politico o capitalistico non è altro che la degenerazione e la falsificazione del concetto di obbedienza. Parimenti, alla base di ogni assolutismo v’è la rinuncia all’ascolto della propria coscienza, che viene necessariamente dimissionata.

 

Esiste un rapporto di causa-effetto tra la libertà di opinione e la libertà di coscienza. La seconda è come una paurosa polveriera; per questa ragione quando si vuole controllare la libertà di coscienza, al fine di imbavagliare l’obiezione, si comincia col limitare la libertà di opinione (per un approfondimento in merito a questo punto si veda qui).

 

Ci si chiede: È più facile obbedire oppure disobbedire?

È stato dimostrato (cfr. studi a cura di Hildegard Goss-Mayr) che esiste nella maggioranza delle persone normalissime (cioè non necessariamente cattive) una pericolosa tendenza ad obbedire troppo facilmente; cioè una inclinazione ad eseguire anche ordini palesemente ingiusti ed in certi casi pure crudeli. È proprio su questa inclinazione – definita “quella banalità del male” da Hannah Arendt a proposito della Shoah – che si fonda ogni violenza collettiva.

In sintesi, sembrerebbe proprio che il pericolo per la democrazia non venga  dall’essere critici, ma dal non esserlo abbastanza. Infatti chi è sempre tranquillo, chi non pone mai problemi; chi tace anche quando dovrebbe parlare e dissentire, corre seriamente il rischio di scivolare in un’obbedienza sbagliata, sia pur in nome di ideologie ritenute “giuste”.

 

 

3. Riferimenti storici

 

Un ordine del giorno di alcuni cappellani militari, come detto, offrì lo spunto a Don Milani per scrivere la sua lettera. 

I cappellani si riunirono in occasione dell’anniversario della Conciliazione tra la Chiesa e lo Stato italiano ed al termine dei lavori, su proposta del presidente della sezione don Alberto Cambi, votarono il seguente ordine del giorno:

«I cappellani militari in congedo della regione toscana, nello spirito del recente congresso nazionale della associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti per l’Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale di Patria. Considerano un insulto alla patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà» (il documento venne pubblicato su La Nazione del 12 Febbraio 1965).

L’assemblea terminò con una preghiera di suffragio per tutti i caduti.

Don Lorenzo Milani, prendendo spunto da quell’ordine del giorno, offrì una ricostruzione delle vicende della storia d’Italia e delle sue guerre, mettendo in luce come la difesa della Patria sia stata spesso il pretesto impiegato dal potere statale per commettere aggressioni, distruzioni e stragi.

La lettera che il prete scrisse ai suoi colleghi cappellani, prima di giungere alla stampa, circolò in maniera clandestina sotto forma di volantino.

La reazione dell’opinione pubblica fu violentissima. Da una parte le forze progressiste si schierarono a favore del sacerdote, per la sua presa di posizione contro il militarismo statale; dall’altra tutte le forze  conservatrici si compattarono contro Don Milani.  Il prete fu denunciato da un gruppo di ex-combattenti e rinviato a giudizio con l’accusa di apologia di reato; venne poi assolto “perché il fatto non costituisce reato”.

Si tratta di una lettera che non invecchia con la storia ma è attuale in ogni tempo. Un documento che ciascun cittadino-militare di qualsiasi nazione, credo o ideologia, almeno una volta nella vita, dovrebbe leggere, e non solo per motivi di memoria storica.

 

Buona lettura

 

… segue: Il testo della lettera di don Lorenzo Milani ai cappellani militari toscani

 

 

Da tempo avrei voluto inviare uno di voi a parlare ai miei ragazzi della vostra vita. Una vita che i ragazzi e io non capiamo. Avremmo però voluto fare uno sforzo per capire e soprattutto domandarvi come avete affrontato alcuni problemi pratici della vita militare. Non ho fatto in tempo a organizzare questo incontro tra voi e la mia scuola. Io l’avrei voluto privato, ma ora che avete rotto il silenzio voi, e su un giornale, non posso fare a meno di farvi quelle stesse domande pubblicamente.

Primo perché avete insultato dei cittadini che noi e molti altri ammiriamo. E nessuno, ch’io sappia, vi aveva chiamati in causa. A meno di pensare che il solo esempio di quella loro eroica coerenza cristiana bruci dentro di voi una qualche vostra incertezza interiore.

Secondo perché avete usato, con estrema leggerezza e senza chiarirne la portata, vocaboli che sono più grandi di voi.

Nel rispondermi badate che l’opinione pubblica è oggi più matura che in altri tempi e non si contenterà né d’un vostro silenzio, né d’una risposta generica che sfugga alle singole domande. Paroloni sentimentali o volgari insulti agli obiettori o a me non sono argomenti. Se avete argomenti sarò ben lieto di darvene atto e di ricredermi se nella fretta di scrivere mi fossero sfuggite cose non giuste.

Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni.
Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso; io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri.

E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.

Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo o della Costituzione. Ma rispettate anche voi le idee degli altri. Soprattutto se son uomini che per le loro idee pagano di persona.

Certo ammetterete che la parola Patria è stata usata male molte volte. Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben più alti di lei.
Non voglio in questa lettera riferirmi al Vangelo. È troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa.

Mi riferirò piuttosto alla Costituzione.

Articolo 11. «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli…».

Articolo 52. «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino».

Misuriamo con questo metro le guerre cui è stato chiamato il popolo italiano in un secolo di storia. Se vedremo che la storia del nostro esercito è tutta intessuta di offese alle Patrie degli altri dovrete chiarirci se in quei casi i soldati dovevano obbedire o obiettare quel che dettava la loro coscienza. E poi dovrete spiegarci chi difese più la Patria e l’onore della Patria: quelli che obiettarono o quelli che obbedendo resero odiosa la nostra Patria a tutto il mondo civile? Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l’esecuzione sommaria dei partigiani, l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato della Patria e fucilarlo per incutere terrore negli altri soldati della Patria), una guerra di evidenti aggressioni, l’ordine d’un ufficiale ribelle al popolo sovrano, le repressioni di manifestazioni popolari?

Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra. Quando ve ne sono capitate davanti agli occhi o avete mentito o avete taciuto. O volete farci credere che avete volta volta detto la verità in faccia ai vostri «superiori» sfidando la prigione o la morte? se siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla. Del resto ce ne avete dato la prova mostrando nel vostro comunicato di non avere la più elementare nozione del concetto di obiezione di coscienza.

Non potete non pronunciarvi sulla storia di ieri se volete essere, come dovete essere, le guide morali dei nostri soldati. Oltre a tutto la Patria, cioè noi, vi paghiamo o vi abbiamo pagato anche per questo. E se manteniamo a caro prezzo (1000 miliardi l’anno) l’esercito, è solo perché difenda colla Patria gli alti valori che questo concetto contiene: la sovranità popolare, la libertà, la giustizia. E allora (esperienza della storia alla mano) urgeva più che educaste i nostri soldati all’obiezione che alla obbedienza.

L’obiezione in questi 100 anni di storia l’han conosciuta troppo poco. L’obbedienza, per disgrazia loro e del mondo, l’han conosciuta anche troppo.

Scorriamo insieme la storia. Volta volta ci direte da che parte era la Patria, da che parte bisognava sparare, quando occorreva obbedire e quando occorreva obiettare.

1860. Un esercito di napoletani, imbottiti dell’idea di Patria, tentò di buttare a mare un pugno di briganti che assaliva la sua Patria. Fra quei briganti c’erano diversi ufficiali napoletani disertori della loro Patria. Per l’appunto furono i briganti a vincere. Ora ognuno di loro ha in qualche piazza d’Italia un monumento come eroe della Patria.

A 100 anni di distanza la storia si ripete: l’Europa è alle porte.
La Costituzione è pronta a riceverla: «L’Italia consente alle limitazioni di sovranità necessarie…».

I nostri figli rideranno del vostro concetto di Patria, così come tutti ridiamo della Patria Borbonica. I nostri nipoti rideranno dell’Europa. Le divise dei soldati e dei cappellani militari le vedranno solo nei musei.

La guerra seguente 1866 fu un’altra aggressione. Anzi c’era stato un accordo con il popolo più attaccabrighe e guerrafondaio del mondo per aggredire l’Austria insieme.

Furono aggressioni certo le guerre (1867-1870) contro i Romani i quali non amavano molto la loro secolare Patria, tant’è vero che non la difesero. Ma non amavano molto neanche la loro nuova Patria che li stava aggredendo, tant’è vero che non insorsero per facilitarle la vittoria. Il Gregorovius spiega nel suo diario: «L’insurrezione annunciata per oggi, e stata rinviata a causa della pioggia».

Nel 1898 il Re « Buono » onorò della Gran Croce Militare il generale Bava Beccaris per i suoi meriti in una guerra che è bene ricordare. L’avversario era una folla di mendicanti che aspettavano la minestra davanti a un convento di Milano. Il Generale li prese a colpi di cannone e di mortaio solo perché i ricchi (allora come oggi) esigevano il privilegio di non pagare tasse. Volevano sostituire la tassa sulla polenta con qualcosa di peggio per i poveri e di meglio per loro. Ebbero quel che volevano. I morti furono 80, i feriti innumerevoli. Fra i soldati non ci fu né un ferito né un obiettore. Finito il servizio militare tornarono a casa a mangiare polenta. Poca perché era rincarata.

Eppure gli ufficiali seguitarono a farli gridare «Savoia» anche quando li portarono a aggredire due volte (1896 e 1935) un popolo pacifico e lontano che certo non minacciava i confini della nostra Patria. Era l’unico popolo nero che non fosse ancora appestato dalla peste del colonialismo europeo.

Quando si battono bianchi e neri siete coi bianchi? Non vi basta di imporci la Patria Italia? Volete imporci anche la Patria Razza Bianca? Siete di quei preti che leggono la Nazione? Stateci attenti perché quel giornale considera la vita d’un bianco più che quella di 100 neri. Avete visto come ha messo in risalto l’uccisione di 60 bianchi nel Congo, dimenticando di descrivere la contemporanea immane strage di neri e di cercarne i mandanti qui in Europa?

Idem per la guerra in Libia.

Poi siamo al ’14. L’Italia aggredì l’Austria con cui questa volta era alleata. Battisti era un Patriota o un disertore? È un piccolo particolare che va chiarito se volete parlare di Patria. Avete detto ai vostri ragazzi che quella guerra si poteva evitare? Che Giolitti aveva la certezza di poter ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti? Che la stragrande maggioranza della Camera era con lui (450 su 508)? Era dunque la Patria che chiamava alle armi? E se anche chiamava, non chiamava forse a una «inutile strage»?

(l’espressione non è d’un vile obiettore di coscienza ma d’un Papa).

Era nel ’22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l’esercito non la difese. Stette a aspettare gli ordini che non vennero. Se i suoi preti l’avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece che con l’Obbedienza «cieca, pronta, assoluta» quanti mali sarebbero stati evitati alla Patria e al mondo (50.000.000 di morti). Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina, e riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo. In quei tragici anni quei sacerdoti che non avevano in mente e sulla bocca che la parola sacra «Patria», quelli che di quella parola non avevano mai voluto approfondire il significato, quelli che parlavano come parlate voi, fecero un male immenso proprio alla Patria (e, sia detto incidentalmente, disonorarono anche la Chiesa).

Nel ’36 cinquantamila soldati italiani si trovarono imbarcati verso una nuova infame aggressione. Avevano avuto la cartolina di precetto per andar «volontari» a aggredire l’infelice popolo spagnolo.

Erano corsi in aiuto d’un generale traditore della sua Patria, ribelle al suo legittimo governo e al popolo suo sovrano. Coll’aiuto italiano e al prezzo d’un milione e mezzo di morti riuscì a ottenere quello che volevano i ricchi: blocco dei salari e non dei prezzi, abolizione dello sciopero, del sindacato, dei partiti, d’ogni libertà civile e religiosa.

Ancora oggi, in sfida al resto del mondo, quel generale ribelle imprigiona, tortura, uccide (anzi garrota) chiunque sia reo d’aver difeso allora la Patria o di tentare di salvarla oggi. Senza l’obbedienza dei «volontari» italiani tutto questo non sarebbe successo.

Se in quei tristi giorni non ci fossero stati degli italiani anche dall’altra parte, non potremmo alzar gli occhi davanti a uno spagnolo. Per l’appunto questi ultimi erano italiani ribelli e esuli dalla loro Patria. Gente che aveva obiettato.
Avete detto ai vostri soldati cosa devono fare se gli capita un generale tipo Franco? Gli avete detto che agli ufficiali disobbedienti al popolo loro sovrano non si deve obbedire?

Poi dal ’39 in là fu una frana: i soldati italiani aggredirono una dopo l’altra altre sei Patrie che non avevano certo attentato alla loro (Albania, Francia, Grecia, Egitto, Jugoslavia, Russia).

Era la guerra che aveva per l’Italia due fronti. L’uno contro il sistema democratico. L’altro contro il sistema socialista. Erano e sono per ora i due sistemi politici più nobili che l’umanità si sia data. L’uno rappresenta il più alto tentativo dell’umanità di dare, anche su questa terra, libertà e dignità umana ai poveri. L’altro il più alto tentativo dell’umanità di dare, anche su questa terra, giustizia e eguaglianza ai poveri.

Non vi affannate a rispondere accusando l’uno o l’altro sistema dei loro vistosi difetti e errori. Sappiamo che son cose umane. Dite piuttosto cosa c’era di qua dal fronte. Senza dubbio il peggior sistema politico che oppressori senza scrupoli abbiano mai potuto escogitare. Negazione d’ogni valore morale, di ogni libertà se non per i ricchi e per i malvagi. Negazione d’ogni giustizia e d’ogni religione. Propaganda dell’odio e sterminio d’innocenti. Fra gli altri lo sterminio degli ebrei (la Patria del Signore dispersa nel mondo e sofferente).

Che c’entrava la Patria con tutto questo? e che significato possono più avere le Patrie in guerra da che l’ultima guerra è stata un confronto di ideologie e non di Patrie?

Ma in questi cento anni di storia italiana c’è stata anche una guerra «giusta» (se guerra giusta esiste). L’unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana. Da un lato c’erano dei civili, dall’altro dei militari. Da un lato soldati che avevano obbedito, dall’altro soldati che avevano obiettato. Quali dei due contendenti erano, secondo voi, i «ribelli» quali i «regolari»?

È una nozione che urge chiarire quando si parla di Patria. Nel Congo per esempio quali sono i «ribelli»?

Poi per grazia di Dio la nostra Patria perse l’ingiusta guerra che aveva scatenato. Le Patrie aggredite dalla nostra Patria riuscirono a ricacciare i nostri soldati. Certo dobbiamo rispettarli. Erano infelici contadini o operai trasformati in aggressori dall’obbedienza militare. Quell’obbedienza militare che voi cappellani esaltate senza nemmeno un «distinguo» che vi riallacci alla parola di san Pietro: «Si deve obbedire agli uomini o a Dio?». E intanto ingiuriate alcuni pochi coraggiosi che son finiti in carcere per fare come ha fatto San Pietro.

In molti paesi civili (in questo più civili del nostro) la legge li onora permettendo loro di servire la Patria in altra maniera. Chiedono di sacrificarsi per la Patria più degli altri, non meno. Non è colpa loro se in Italia non hanno altra scelta che di servirla oziando in prigione.

Del resto anche in Italia c’è una legge che riconosce una obiezione di coscienza. È proprio quel Concordato che voi volevate celebrare. Il suo terzo articolo consacra la fondamentale obiezione di coscienza dei Vescovi e dei Preti.

In quanto agli altri obiettori, la Chiesa non si è ancora pronunziata né contro di loro né contro di voi. La sentenza umana che li ha condannati dice solo che hanno disobbedito alla legge degli uomini, non che son vili. Chi vi autorizza a rincarare la dose? E poi a chiamarli vili non vi viene in mente che non s’è mai sentito dire che la viltà sia patrimonio di pochi, l’eroismo patrimonio dei più? Aspettate a insultarli. Domani forse scoprirete che sono dei profeti. Certo il luogo dei profeti è la prigione, ma non è bello star dalla parte di chi ce li tiene.

Se ci dite che avete scelto la missione di cappellani per assistere feriti e moribondi, possiamo rispettare la vostra idea. Perfino Gandhi da giovane l’ha fatto. Più maturo condannò duramente questo suo errore giovanile. Avete letto la sua vita?

Ma se ci dite che il rifiuto di difendere sé stesso e i suoi secondo l’esempio e il comandamento del Signore è «estraneo al comandamento cristiano dell’amore» allora non sapete di che Spirito siete! che lingua parlate? come potremo intendervi se usate le parole senza pesarle? se non volete onorare la sofferenza degli obiettori, almeno tacete!

Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità. Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l’errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima.

Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano.

Lorenzo Milani, sacerdote

 

 

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