Palagiano

“Ma chi era Francesco Carucci? “

Il 25 aprile è conosciuto in Italia come “La festa della liberazione”. È un giorno fondamentale per la storia d’Italia, simbolo del termine della seconda guerra mondiale e dell’occupazione dell’Italia da parte della Germania nazista, iniziata nel 1943, e del ventennio fascista. Una liberazione ottenuta grazie alle lotte, al sacrificio e al martirio di tantissimi giovani e meno giovani italiani, donne e uomini, civili e militari che con le loro scelte e le loro azioni costituirono quel glorioso movimento di rivolta contro l’ oppressione del nazismo tedesco e del fascismo che andò sotto il nome di “RESISTENZA”.
In questa occasione ho sentito personalmente il bisogno di ricordare in particolare, oltre che tutti i caduti della seconda guerra mondiale, un giovane di Palagiano per lungo tempo ignorato e/o dimenticato dalle autorità di questo comune. Si tratta di una persona che noi Palagianesi dobbiamo essere orgogliosi di annoverare tra i nostri concittadini più illustri perché col suo esempio di vita, col suo attaccamento al dovere e alla Patria e col suo estremo sacrificio ha rappresentato e rappresenta proprio quei valori che i nostri padri costituenti hanno sancito e “scolpito” in maniera indelebile nella nostra COSTITUZIONE.
Si tratta del S. Ten. Francesco Carucci, del 317° Fanteria della Divisione Acqui ucciso da vile piombo tedesco a Cefalonia il 21 settembre 1943. 
Ma chi era Francesco Carucci? Francesco era un membro di una famiglia di agricoltori e combattenti. Ultimo di sette figli, nacque a Noci (Ba) il 5 dicembre 1918 da Giuseppe e Chiara Mongelli, agricoltori, ma fu dichiarato all’anagrafe il I gennaio 1919. Nel mese di marzo 1921, ancora piccolissimo, si trasferì con la famiglia a Palagiano, dove frequentò le scuole elementari. Compì gli studi di secondo grado nel seminario di Molfetta dove conseguì la maturità classica. Successivamente si iscrisse all’Università Cattolica di Milano, dove si laureò in Lettere e Filosofia ad indirizzo storico-archeologico il 23 novembre 1942. 
Francesco chiamato a servire la Patria nel maggio 1941 dovette interrompere la frequenza delle lezioni all’università, ma non gli studi che continuò con passione nei ritagli di tempo. Dal 1° giugno 1941 al 31 agosto 1941 frequentò la Scuola Allievi Ufficiali di Complemento di Spoleto. Alla fine del corso fu assegnato col grado di S. Ten. al 317° Rgt. Fanteria Acqui. 
Nel giugno 1942 il 317°, al comando del Col. Italo DOMENICONI, raggiunse la Divisione “ACQUI” e il suo comando. Dopo essere stato dal 3 giugno 1942 a Zante; passò a Cefalonia il 10 febbraio 1943 al comando del Col. Ezio RICCI.
Stabilitisi, quindi nell’isola e precisamente presso Argostoli, al S.Ten. Francesco Carucci fu affidato il comando del 1° Plotone della 9° Compagnia.

Dopo lo sbarco in Sicilia delle truppe angloamericane, il 25 luglio 1943 MUSSOLINI fu costretto a dare le dimissioni e fu arrestato. Al suo posto fu nominato capo del Governo il Maresciallo BADOGLIO.
Questi, mentre dichiarava in un pubblico proclama che la guerra sarebbe continuata a fianco della Germania, avviò trattative con gli angloamericani, i quali chiesero la resa senza condizioni. L’armistizio fu firmato segretamente il 3 settembre 1943. Temendo la reazione tedesca, il governo Badoglio e i membri della famiglia reale lasciarono frettolosamente la capitale e si rifugiarono a Brindisi.
Sebbene il re d’Italia volesse tenere la cosa segreta ancora per qualche tempo, gli Americani l’8 settembre 1943 la resero nota ufficialmente. 
Nel frattempo i tedeschi avevano liberato MUSSOLINI e creato, sotto di lui, un governo fantoccio, denominato “Repubblica Sociale” con sede a Salò, sul lago di Garda.
Fu proprio da quel giorno che cominciò la penosa e indimenticabile vicenda della DIVISIONE “ACQUI”, di stanza ad Argostoli nell’isola di Cefalonia, comandata dall’eroico Gen. Antonio GANDIN, persona di incomparabile signorilità e di ineguagliabile umanità. Sin dal giorno successivo, il comandante della Divisione italiana cominciò a ricevere pressioni dai tedeschi del Gen. Von STETTNER, anch’ essi di stanza nella stessa isola di Cefalonia. Fino a quel giorno italiani e tedeschi erano stati alleati. Ora, però, i tedeschi chiedevano di sapere se la Divisione italiana intendeva schierarsi con la Germania e i fascisti oppure rimanere fedele al Re e all’Italia e, quindi, in tal caso, essere considerata nemica della Germania. Le richieste del comando tedesco diventavano sempre più pressanti e subito si trasformarono in aperte minacce: se gli italiani non avessero consegnato le armi, tutti gli Ufficiali sarebbero stati passati per le armi.
Il Gen. GANDIN non ricevendo ordini precisi dallo Stato Maggiore sul da farsi, riunì gli ufficiali e chiese loro di decidere se consegnare le armi ai Tedeschi oppure resistere. La decisione degli Ufficiali fu unanime: salvare l’onore della Patria e quindi resistere, resistere fino all’estremo sacrificio. 
Nel frattempo i tedeschi continuavano a ricevere sull’isola sostanziosi rinforzi: uomini, mezzi, armi e munizioni. Pertanto provocarono a tal punto gli italiani, sfidandoli apertamente con l’invio di alcune zattere cariche di armi e soldati in direzione delle nostre truppe di guardia sulla costa nel porto di Argostoli, la mattina del 13 settembre, che gli italiani furono costretti ad affondarle con alcune cannonate.

Dal 15 al 21 settembre 1943
Sentendosi ormai pronti e avendo predisposto i loro piani, il 15 settembre i Tedeschi attaccarono gli Italiani. La battaglia vera e propria si protrasse ininterrottamente e con alterne vicende dal 15 al 22 settembre, mentre dal 24 al 28 settembre i vincitori tedeschi si abbandonarono ad una delle più efferate, sanguinose e truci rappresaglie che la storia ricordi. 
La sera del 15 settembre nonostante l’eroico battaglione avesse perduto, annientate dalla poderosa azione aerea avversaria, due intere compagnie, il valore dei nostri si affermò rapidamente; le grosse motozzattere accorse da Lixuri, cariche di uomini e materiale, furono tutte centrate dal preciso fuoco delle nostre artiglierie e affondarono. Verso la mezzanotte il presidio tedesco si arrese senza condizioni. I numerosi prigionieri, raccolti in un campo di concentramento affrettatamente e appositamente allestito, furono squisitamente trattati dalla innata gentilezza italiana e dalla incomparabile signorilità del Gen. Gandin.
Anche nei giorni 16 e 17 gli italiani impegnati in sanguinosissime battaglie conquistarono nuove posizioni. Ma subito dopo furono oggetto di un intenso e martellante bombardamento da parte degli stukas tedeschi e subirono gravissime perdite di uomini e di mezzi. L’imparità dei feroci combattimenti si appalesò subito a tutti. Mentre i nostri, pur battendosi valorosamente fino all’estremo sacrificio, indeboliti e sfiancati, rimanevano abbandonati al loro destino, l’avversario, con i continui rifornimenti ricevuti, aveva raggiunto e, forse, sorpassato il nostro numero e il nostro armamento. Inoltre i continui bombardamenti dell’ aviazione tedesca distruggevano le nostre artiglierie, rendendole inoffensive, e con i continui mitragliamenti a volo radente falciavano i nostri valorosi soldati. I bombardamenti si protrassero feroci per tutto il pomeriggio del giorno 16 e nel giorno 17 . Si attenuarono nella mattinata del 18 e, invece di bombe, i nostri furono raggiunti da una pioggia multicolore di fogliettini volanti, con i quali i tedeschi invitavano i nostri a deporre le armi, dichiarando apertamente che quello era l’ unico modo per tornare a casa dai propri cari. Ma i nostri, pur consapevoli di quanta morte e distruzione fossero capaci gli stukas germanici, sprezzanti del pericolo e della morte, continuarono l’ impari lotta. Un altro volantino fu lanciato il giorno 19, con minacce ancora più esplicite e brutali, che finiva con queste parole: “Chi sarà fatto prigioniero allora non potrà più tornare nella Patria! E’ l’ ultima possibilità di salvarvi!”. Questi fogliettini, lungi dal fiaccare o rimuovere l’ animo dei soldati, lo accesero maggiormente e ne irrobustirono la volontà di resistenza ad oltranza. E la lotta, che si era soltanto un po’ attenuata, tornò a divampare anche più violenta e furibonda, e proseguì nei giorni successivi, con accanimento sempre maggiore. Ma l’ aviazione avversaria seminava il terrore, scompigliava i reparti, disperdeva la truppa, annientava le batterie, accumulava le vittime, produceva vuoti sempre più paurosi e portò la furia annientatrice a proporzioni assolutamente gigantesche e apocalittiche. Da parte nostra non un solo velivolo da contrapporre alla massa dell’ aviazione avversaria, mentre l’ artiglieria contraerea, impossibilitata ad intervenire in forma efficace, era ridotta, quasi completamente, all’ impotente inattività.
Quindi, man mano che i sopraffatti reparti italiani, attenendosi alle consuetudini di guerra e alle norme internazionali, incominciavano ad arrendersi, venivano in gran parte annientati e uccisi. Pochi uomini sfuggirono a quest’ altra carneficina.
Tutti gli ufficiali e i soldati del comando del 17° RGT. Fant., col Col. CESSARI, e quelli del III battaglione del 317° fant., tra cui il S.Ten. Francesco Carucci, col Col. SIERVO, furono catturati la mattina del 21 settembre e radunati in vicinanza del cimitero di Argostoli. Sostarono parecchie ore, tranquilli, pensando che quello fosse il loro campo di concentramento. I tedeschi si mostrarono persino cortesi e raggrupparono gli ufficiali sotto l’ ombra di alcuni alberi “perchè non stessero al sole” come i soldati. Passarono un rancio abbondante e ci fu persino dell’ allegria. Verso mezzogiorno, una voce rauca domandò ripetutamente se fra la truppa ci fossero ancora altri ufficiali. “Per ordine del comando tedesco” questi dovevano essere alloggiati “più dignitosamente” in alcune casette vicine. Nessuno dubitò che ciò non fosse vero. Furono incolonnati e condotti nel vallone di Santa Barbara, tra il cimitero e il ponte di Argostoli, dove furono tutti – così, proditoriamente – fucilati. I soldati rimasti nella precedente località, udirono altissime strazianti grida e poche raffiche di fucileria. Poi videro tornare i tedeschi con aria da trionfatori, sghignazzando allegramente e portando orologetti, anelli, portafogli, borse di cuoio, stivaloni e indumenti vari.

Il 24 settembre tutti gli altri ufficiali, la cui vita doveva essere considerata sacra dai vincitori, dopo la resa, rei soltanto di avere obbedito ai loro legittimi superiori, di avere eroicamente compiuto il loro dovere militare e di non avere rinunziato al loro onore, furono massacrati in una località dietro la penisola di S. Teodoro, nei pressi di una villetta rustica chiamata “la casetta rossa” come un branco di bestie immonde e gettati là, accatastati, ammonticchiati, senza nome, senza croce, senza tomba. 
Solo 37 ufficiali su un totale di oltre 500 furono risparmiati.
In questa tragica e dolorosa vicenda, dunque, si concluse la vita del S. Ten. Francesco Carucci che, tra gli altri meriti, ebbe anche quello di avere contribuito, insieme a tutti gli altri colleghi, col sacrificio estremo della sua vita, a tenere alto il vessillo dell’ onore italiano e il nome della Patria.

Attestazioni e riconoscimenti
– Medaglia d’ Oro al 317° rgt. fant. “ACQUI”. Dopo l’ armistizio dell’ 8 settembre 1943, il 317°, a cui apparteneva anche il S.Ten. Francesco Carucci, si distinse nella lotta contro i Tedeschi con tutti i suoi battaglioni, particolarmente il secondo che, formato da ottocento uomini, ebbe 350 morti con 10 ufficiali, oltre il comandante Fanucchi.
Circa la sorte della bandiera del 317°, il soldato Benedetto VALORI (4/C. Sussistenza) tornato dalla prigionia, dichiarò nel maggio 1944 che era stata sepolta a Valsamata con gli onori militari il 22 settembre 1943. Il 24 luglio 1952 il Ministero della Difesa interpellò il Comandante del Reggimento Col. Ezio Ricci, il quale, con lettera del 16 agosto 1952, così rispose da Sassari: “Il S.Ten. CEI, unico ufficiale disponibile della Compagnìa Comando del Reggimento, addetto all’ Ufficio Amministrazione, fu incaricato dal Comandante, Col. Ricci, di custodire quale alfiere, la bandiera del 317°, con la prescritta scorta armata: in caso di estrema necessità, essa fosse opportunamente sotterrata con gli onori militari”. 
La bandiera del Reggimento ebbe così la sua prima ed ultima decorazione con la Medaglia d’ Oro al Valore Militare.
– L’ 8 dicembre 1946 fu rilasciata al S.Ten. Franceso Carucci, da parte del Senato Accademico dell’ Università Cattolica di Milano, facoltà di Giurisprudenza, la laurea honoris causa in Giurisprudenza, registrata al numero 13565 di matricola. Il nome del S. Ten. Francesco Carucci è ricordato inoltre in una lapide marmorea insieme ai nomi di colleghi iscritti o laureati presso la medesima università caduti nella II guerra mondiale. 
– Infine il Ministero della Difesa, ufficio per il servizio riconoscimento qualifiche e per le ricompense ai partigiani con propria nota G 8500/139 datata Roma, 12 maggio 1971, rilasciava una “DICHIARAZIONE INTEGRATIVA” con la quale “Si dichiara che al Sig. Carucci Francesco, nato a Noci (BA) il 1° gennaio 1919, nella seduta del 23 aprile 1971, verbale numero 380 della Commissione Unica Nazionale di 1° Grado-Roma è stata riconosciuta la qualifica di PARTIGIANO COMBATTENTE (Caduto), ai sensi del D.L.L. 21 agosto 1945 n.518, dal 9 settembre 1943 al 21 settembre 1943 nella formazione Rep. Italiani Div. “ACQUI”, Grecia-Cefalonia”.

Sotto la foto del S. Ten. Francesco Carucci, uno zio che non ho avuto la possibilità di conoscere in vita, combattente partigiano e martire di Cefalonia nel settembre del 1943.

francescocarucci

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Libero da ogni schema e appartenza di pensiero. Tutto cio' che non conosco nutre la mia vita. Nel momento che riesco a capirmi... ho gia' fatto un altro giro!

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