Taranto da Leone a Lorusso – ovvero la grande industrializzazione (1957-1970). di Giuseppe Stea.

28 Novembre 2010 0 Di Life

Presentazione

Ho letto con interesse ed attenzione questo volume di Pinuccio Stea su Taranto negli anni dell’industrializzazione. Un libro che mancava, come mancavano quelli omologhi che l’autore ha già pubblicato su Taranto negli anni della ricostruzione e su Taranto in anni a noi più vicini, studiati dal punto di vista della vita politica e amministrativa (compresi i risultati delle varie elezioni e quelli dei congressi dei partiti). Un contributo utile per gli studiosi, ma anche una lettura piacevole e istruttiva per i cittadini di Taranto.

Da questo punto di vista, il presente volume ha una importanza fondamentale, perché gli anni decisivi nei quali matura la svolta economica e sociale e culturale di Taranto (insieme con la svolta politica…), fra la metà dei Cinquanta e gli anni Sessanta, sono stati poco indagati, e quando se ne è parlato lo si è fatto quasi sempre e solo a livello folcloristico o retrodatando inaccettabilmente polemiche che appartengono a molti decenni dopo. Come quelle su una presunta passività della comunità tarantina e della sua classe dirigente nell’accettare, quasi subire, l’atterraggio della grande industria, scaricata a Taranto perché nessun altro la voleva. Una interpretazione fasulla della quale il documentato studio di Stea fa definitivamente giustizia.

Certo, furono commessi errori: ma la scelta dell’industrializzazione non fu un errore. Taranto nei primi anni Cinquanta non era un luogo di delizie, come qualche anziano nobiluomo e qualche nostalgico ha voluto far credere: perlomeno, non lo era per la stragrande maggioranza dei Tarantini. Era flagellata da una disoccupazione terribile, con una enorme percentuale di occupati in agricoltura che lavoravano poche giornate l’anno, al di sotto dei livelli di sopravvivenza, e con una fortissima emigrazione che privava la comunità dei suoi giovani e ne comprometteva il futuro, oltre a lacerare i nuclei familiari.

E il libro di Stea, che pure è centrato soprattutto su altri temi, queste cose le evidenzia.

Così come evidenzia che sulla scelta industriale ci fu una convergenza dell’intera classe politica e di tutte le forze sociali della Taranto di allora; che pure erano divise da fossati ideologici non da poco. Ma la scommessa sul futuro fu giocata insieme, dalle forze di governo come da quelle di opposizione, dal sindacato cattolico (quale era allora la Cisl) come da quello di classe (quale era allora la Cgil). Ma c’è un’altra cosa che mi preme di mettere in risalto. Sento anche oggi, quando indiscutibilmente viviamo una situazione di crisi molto grave, appelli ad una specie di unione sacra dei Tarantini, e questo va bene, ma non si dice intorno a che cosa, e questo non va affatto bene. Così come spesso questi appelli sono ad unirsi “contro”: contro Bari, contro Roma… Il modo più sicuro per farsi del male. Taranto vinse la sua battaglia per la sopravvivenza e lo sviluppo perché seppe unirsi intorno ad un progetto e seppe trovare alleanze e consensi sul piano nazionale, come ha recentemente ricordato Emilio Colombo qui a Taranto, nel presentare il libro di mio figlio Giuseppe e Deborah Giorgi sui cinquant’anni del Consorzio per l’Area di Sviluppo Industriale di Taranto. E anche questo dal testo di Stea si capisce bene.

E infine, una notazione ultima. Pur essendo molto ricco di dati, di date e di nomi, il volume di Stea si fa leggere con piacere. Ma ci si avverte una nota di pessimismo. Anche sul futuro di Taranto, oggi. Quasi che esso sia compromesso, non ci sia. Io sono invece convinto che Taranto un grande futuro ce l’abbia. Perché l’ho già vista risorgere da macerie e miserie al cui confronto quelle di oggi fanno quasi sorridere. E conoscere la storia della propria comunità mi sembra la indispensabile premessa per immaginarne, progettarne e costruirne il futuro.

Auguri!

Antonio Mario Mazzarino