Mimmo Forleo,  Palagiano

Uno strano modo di fare “opposizione”

Questo post non intende offrire la cronistoria dell’ultima seduta consigliare ma vuole affrontare un problema emerso all’interno dell’opposizione, quando si è trattato di affrontare due temi posti all’ordine del giorno: la nomina dei revisori dei conti e la mozione di sfiducia nei confronti dell’attuale presidente del Consiglio.

Supponendo che tutti sappiano già come siano andati i fatti antecedenti le operazioni di voto – relativamente alla mozione di sfiducia solo sei consiglieri su otto avevano apposto la propria firma in calce al documento proposto al Consiglio comunale; per quanto riguarda invece la nomina dei revisori, stante l’impossibilità di partecipare al voto del consigliere Monaco, opposizione e maggioranza disponevano potenzialmente di pari “potenza” di voto, otto a otto – analizzeremo il comportamento tenuto durante il voto dai vari consiglieri di opposizione.

Non serve qui analizzare singolarmente il comportamento di ogni consigliere atteso che l’opposizione si è di fatto spaccata in due tronconi: Serra, Mancini, Marangione, Lippolis e Tagariello da una parte; Borracci, Carucci e Latagliata dall’altra. Pertanto sarà sufficiente ragionare per gruppi, anche se alcuni richiami alle posizioni espresse individualmente si renderanno comunque necessarie. Ciò deriva dal fatto che i consiglieri appartenenti al secondo gruppo hanno avvertito la necessità di dover differenziarsi singolarmente; fatto questo che, a mio parere, denuncia una prima debolezza, o insostenibilità oggettiva delle loro tesi.

Affrontiamo per prima la questione “revisori”.

Mi sembra sia stato Cifone a esprimere il concetto secondo il quale: i revisori non attendono alla stesura della bilancio, bensì al solo controllo. Pertanto, secondo Cifone, l’atto di nomina dei revisori non costituirebbe atto gran che significativo dal punto di vista amministrativo, ma si tratterebbe quasi di un fastidio introdotto dal legislatore per soddisfare chissà quale capriccio.

Che Cifone la pensasse così già dalla passata consigliatura lo sapevamo già, è sufficiente ricordare il tenore dei suoi interventi in merito ai richiami effettuati dalla Corte dei Conti. Sorprende invece scoprire che a sposare la stessa tesi siano due consiglieri di opposizione, i quali, non potendo pienamente assolvere alla funzione amministrativa, dovrebbero quantomeno tenerci di più a che venga assolta debitamente almeno la funzione di controllo.

Secondo Borracci e Carucci, può sentirsi a posto con la propria coscienza il consigliere di opposizione che demanda alla maggioranza, e anzi supporta, la decisione su chi debba controllare il suo operato?

Andiamo adesso alla “sfiducia”.

Tanto Latagliata, il quale ha poi ritirato la firma prima apposta, forse inavvertitamente, sulla mozione di sfiducia al presidente del Consiglio, quanto Borracci e Carrucci hanno accuratamente evitato di entrare nel merito della questione posta dalla mozione.

Latagliata non è intervenuto affatto, a dire il vero. Si è limitato a far notare al consigliere Mancini, il quale lo accusava a ragione di incoerenza, che lui è sempre stato coerente. Non v’è dubbio che perseguire costantemente un comportamento ondivago possa costituire, a suo modo, il segno di una qualche coerenza, ma sarebbe bene che Latagliata si convincesse che nel linguaggio comune tale comportamento viene additato, a torto o a ragione, come “incostante” e non viene affatto gratificato col titolo di “coerente”.

Borracci invece ha provato ad atteggiarsi, per qualche minuto soltanto, a grande stratega della politica. Sarebbe stato lui ad avvertire il grande rischio insito in una mozione che non disponendo dei numeri per passare avrebbe inevitabilmente fatto apparire impotente l’opposizione.

Chissà da quale soddisfazione sarà permeato adesso che oltre a far apparire impotente l’opposizione gli è pure riuscito, insieme a Latagliata e Carucci, di diminuirla numericamente!

Borracci, alla stregua di Carucci (Latagliata lo lasciamo fuori da questo discorso, in quanto ha mostrato di essersi sempre considerato solo momentaneamente “fuori” dalla maggioranza, in attesa di una compensazione che lo soddisfacesse), non ha capito che la mozione di sfiducia aveva un suo senso: dimostrare l’incapacità di un presidente che ha lasciato prima passare manco si trattasse di olio lenitivo un tafferuglio in pieno Consiglio, e poi ha solo saputo vestirsi d’autorità nel momento meno opportuno, allo scattare di un applauso, e nei confronti dei meno indicati, il pubblico che quando vota giustifica, involontariamente, indegni teatrini di cui sono responsabili certi presidenti.

Mimmo Forleo

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